Economia
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Bangla-cash, un fiume di miliardi in nero

Somme ingenti lasciano l'Italia verso Asia e Maghreb. Ecco numeri e meccanismi di un fenomeno colossale

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Un fiume di denaro nero scorre ogni giorno dalle città italiane verso l’Asia Meridionale, il Maghreb e l’Estremo Oriente, prosciugando le casse dello Stato per poi riemergere a migliaia di chilometri di distanza senza lasciare traccia. È il tesoro clandestino dei trasferimenti informali: una finanza ombra che vale miliardi e che continua a bucare le maglie dell’antiriciclaggio attraverso un articolato sistema di compensazioni fiduciarie, prestanome compiacenti e stratagemmi digitali di ultima generazione. Il paradosso del cosiddetto «Bangla-cash» (così chiamato perché diffuso nei minimarket gestiti da bengalesi) è evidente: più i controlli si moltiplicano sulla carta, più il fenomeno trova nuove strade per aggirarli, mentre l’economia legale finisce schiacciata da un apparato di vigilanza che colpisce soprattutto chi rispetta le regole.

Un fenomeno esteso

I numeri registrati dalla Banca d’Italia raccontano soltanto la facciata legale di un flusso ben più consistente: nel corso del 2025 i trasferimenti regolarmente tracciati verso i Paesi d’origine hanno toccato la cifra record di 8,6 miliardi di euro. Ma la dimensione reale del fenomeno, racconta un’analisi del settimanale Moneta, è molto più vasta, e soprattutto opaca. Incrociando le analisi dell’Unità di Informazione Finanziaria con i dati operativi della Guardia di Finanza e dei principali organismi internazionali, gli investigatori stimano che la rete dei trasferimenti non tracciati potrebbe superare i volumi ufficiali di una quota compresa tra il 20% e il 50%, per un bacino complessivo che si aggirerebbe quindi tra i 10 e i 12,5 miliardi di euro. È la misura plastica di quanto un sistema di regole pensato per proteggere il mercato finisca, nei fatti, per spingere intere comunità fuori dai suoi confini.

L’esempio più citato nelle analisi investigative è quello della Cina, un tempo regina incontrastata delle rimesse ufficiali e oggi praticamente scomparsa dai radar legali, con un crollo dei canali tracciati al di sotto dello 0,1% e appena 4 milioni di euro rilevati: un’evaporazione contabile finita più volte sotto i riflettori delle autorità. Altrettanto singolare è il caso del Bangladesh, primo Paese di destinazione dei canali ufficiali con oltre un miliardo di euro trasferito: secondo gli inquirenti, questo imponente volume non esaurirebbe però il fenomeno, vista la distanza tra la consistente comunità bengalese residente in Italia e il potenziale sommerso ipotizzato dalle indagini. Insomma, il Bangla-cash è una realtà radicata.

Qando la fiducia sostituisce la banca

Il funzionamento della macchina invisibile del Bangla-cash attenzionata dalle forze dell’ordine poggia su ingranaggi operativi precisi e ormai rodati. Il pilastro storico resta il sistema hawala, una rete d’incasso e pagamento fondata sulla pura fiducia tra intermediari informali – gli hawaladar – spesso mimetizzati dietro la facciata di phone center, minimarket e bazar etnici di quartiere. Il cliente consegna il contante in Italia e riceve in cambio un codice alfanumerico, una password verbale o la foto di una banconota con un numero di serie specifico: al destinatario finale, a migliaia di chilometri di distanza, basta mostrare il codice o l’immagine per ritirare la somma equivalente in valuta locale. In questo modo nessun euro attraversa le frontiere e nessun movimento transita sui server bancari; i conti tra gli operatori si saldano poi a distanza, attraverso finte spedizioni di merci o con la copertura di acquisti all’estero.

A questa attività illecita si affianca oggi la digital hawala, evoluzione tecnologica del metodo tradizionale: le contabilità clandestine vengono gestite attraverso chat crittografate e app dedicate, il denaro viene incassato in Italia con bonifici istantanei e carte prepagate straniere, mentre il saldo finale tra gli intermediari all’estero avviene tramite lo scambio di criptovalute su portafogli digitali, con operazioni rapide e sempre più difficili da ricondurre ai soggetti coinvolti. È la dimostrazione di come la tecnologia, lasciata fuori da un perimetro normativo capace di adattarsi alla velocità dell’innovazione, diventi essa stessa un moltiplicatore del sommerso anziché uno strumento di trasparenza.

Il sabotaggio dall’interno

Quando gli intermediari abusivi scelgono di violare il sistema dall’interno, eludendo i controlli delle agenzie di money transfer autorizzate – soggetti perfettamente legali, estranei ai fatti e a loro volta parti lese – ricorrono allo smurfing. Per non far scattare i software antiriciclaggio che rilevano i versamenti sopra la soglia d’allarme dei mille euro, i capitali in nero vengono frazionati in centinaia di micro-invii, ingaggiando prestanome o riutilizzando documenti d’identità duplicati a persone del tutto ignare.

In parallelo resiste la logistica degli spalloni e dei corrieri di valuta, che trasportano mazzette di banconote nei doppi fondi di veicoli o nei bagagli diretti verso la Svizzera o l’area balcanica. Come emerge dalle più recenti operazioni di polizia giudiziaria, a chiudere il cerchio intervengono spesso colletti bianchi compiacenti che mettono a disposizione società schermo, Iban virtuali e conti dedicati per simulare consulenze o pagamenti commerciali mai avvenuti: la prova che il problema non è solo ai margini del sistema economico, ma si annida anche dentro le sue strutture più formali.

Un’economia soffocata dal sommerso

Questa rete clandestina del Bangla-cash trae linfa direttamente dall’economia sommersa italiana: dalle paghe in nero del caporalato agricolo, dalla logistica non tracciata, dai subappalti nell’edilizia, dall’incasso irregolare delle piccole attività commerciali. È qui che si misura il vero costo di un sistema in cui la pressione fiscale e il peso della burocrazia spingono interi settori a operare fuori dai circuiti ufficiali, alimentando indirettamente anche i canali con cui quella liquidità lascia il Paese. Solo attraverso i canali ufficiali partono infatti 1,9 miliardi di euro dalla Lombardia, 1,4 miliardi dal Lazio e 800 milioni dall’Emilia-Romagna, diretti soprattutto verso Bangladesh, India, Marocco, Filippine e Pakistan. Il vero baco del sistema, però, resta il drenaggio illecito che si muove in parallelo e che danneggia l’intera economia legale, comprese le agenzie di trasferimento regolari che ne pagano la reputazione.

I rischi per il mercato

Sfuggendo ai consumi interni e aggirando le oltre 160mila segnalazioni di operazioni sospette vagliate ogni anno dalle autorità, questa ricchezza sommersa prodotta nel nostro Paese diventa il carburante di un sistema torbido che, nel migliore dei casi, priva l’Italia di risorse fondamentali per la crescita. E che, come denunciato più volte nelle relazioni degli organismi antiriciclaggio e di intelligence, rischia nel peggiore dei casi di alimentare le casse di reti criminali o circuiti di finanziamento del terrorismo. Un rischio che chiama in causa non tanto la necessità di nuove regole contro il Bangla-cash, quanto quella di regole più efficaci: meno adempimenti burocratici che gravano sugli operatori onesti, più intelligence mirata e cooperazione internazionale contro chi il sistema lo sfrutta davvero.

Enrico Foscarini, 12 settembre 2026

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