Economia
L'ANALISI

Tassi: la guerra in Iran avvicina la stretta monetaria, bond in altalena

L'impennata del petrolio e i timori di inflazione spingono i rendimenti: Btp ai massimi dal 2023. Bund, Gilt, Treasury e JGB in tensione. Rehn apre al rialzo Bce di settembre

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I mercati obbligazionari tornano a tremare per il quasi certo rialzo dei tassi da parte delle principali banche centrali. Da inizio settimana il sell-off globale dei bond si è intensificato, spingendo i rendimenti dei principali titoli di Stato verso livelli che non si vedevano da anni. Dietro la scossa c’è ancora una volta l’energia: il Brent è tornato sopra i 90 dollari al barile, sospinto dalle rinnovate tensioni del conflitto in Iran, che dalla fine di febbraio scuote a fasi alterne il mercato del greggio e, di riflesso, quello obbligazionario. Il rincaro dei carburanti riapre lo scenario più temuto dalle banche centrali: quello di una inflazione da offerta capace di vanificare i progressi fatti finora sul fronte dei prezzi, proprio mentre gli investitori speravano in una normalizzazione del costo del denaro.

Il Btp regge, ma i rendimenti tornano al 2023

Sul fronte italiano il quadro è duplice. Da un lato il rendimento del Btp decennale è salito fin sopra il 4,15%, un livello che non si registrava da fine 2023; dall’altro lo spread con il Bund tedesco, pur in lieve allargamento, resta relativamente contenuto in area 82-86 punti base, ben lontano dalle soglie di allerta toccate in altre fasi di tensione. È un dettaglio che gli analisti giudicano rassicurante: il rialzo dei rendimenti non riflette un problema di fiducia specifico verso il debito italiano, ma un fenomeno che sta attraversando l’intero mercato obbligazionario globale. Non a caso, negli ultimi giorni il differenziale di rendimento tra i titoli italiani e quelli francesi si è ridotto ai minimi storici, segno che l’Italia viene percepita dagli investitori come un porto relativamente sicuro nel panorama dell’area euro.

Una tempesta globale: Bund, Gilt, Treasury e JGB sotto pressione

Il fenomeno, appunto, non è solo italiano. In Germania il Bund decennale ha superato il 3,3%, il massimo dal 2011, mentre in Francia l’OAT è arrivato oltre il 4,1%, ai livelli più alti dal 2008-2009. Nel Regno Unito il Gilt trentennale ha scambiato oltre il 5,8%. Negli Stati Uniti il Treasury decennale viaggia intorno al 4,78%, sui massimi dall’inizio del 2025, e il trentennale ha superato il 5,3%, un’area che non si vedeva dal 2007-2008. Il caso più clamoroso arriva però dal Giappone, dove il rendimento del decennale JGB ha toccato il 3%, soglia che Tokyo non rivedeva dal 1996: un cambio di paradigma per un mercato abituato per un’intera generazione a tassi vicini allo zero, alimentato dalle attese di una nuova stretta della Bank of Japan e dai dubbi sulla sostenibilità dei conti pubblici nipponici.

La Bce apre alla stretta di settembre

Sul fronte delle banche centrali, a muovere ulteriormente i mercati sono state le parole del governatore finlandese e membro del direttivo della Bce, Olli Rehn, che in un’intervista al Financial Times ha definito «comprensibili» le attese degli investitori per un nuovo rialzo dei tassi nella riunione del 10 settembre, pur senza sbilanciarsi apertamente a favore della misura. Rehn ha anche avvertito che l’istituto di Francoforte deve prepararsi a un contesto duraturo di instabilità mediorientale, sostenendo che «potremmo assistere a una guerra di logoramento in Medio Oriente». Sulla stessa linea si è mossa Isabel Schnabel, membro tedesco del comitato esecutivo, secondo cui con i tassi fermi al 2,25% risulta difficile riportare stabilmente l’inflazione verso l’obiettivo del 2% nel medio periodo. I mercati monetari scontano ormai con altissima probabilità un rialzo al 2,50% il 10 settembre, e assegnano una probabilità crescente a un’ulteriore stretta di 25 punti base entro fine anno.

Il commento degli analisti

«La riunione di settembre è ritenuta il momento più probabile per un nuovo rialzo dei tassi, cui potrebbe seguire una fase di pausa per consentire alla Bce di valutare gli effetti di secondo impatto dello shock energetico», ha osservato Antonella Manganelli, amministratore delegato di Payden & Rygel in Italia, sottolineando come il mercato continui a prezzare complessivamente due rialzi entro la fine dell’anno. Di parere simile Paolo Mameli, economista di Intesa Sanpaolo, secondo cui «il nuovo scenario di base della Bce di settembre non dovrebbe essere molto diverso da quello di giugno, che era coerente con almeno un altro rialzo dei tassi di 25 punti base». A complicare il quadro internazionale contribuisce anche l’atteggiamento restrittivo della Federal Reserve: il presidente Kevin Warsh, dopo l’intervento di Jackson Hole, ha ribadito che i miglioramenti estivi dei prezzi non bastano ancora a dimostrare un rallentamento strutturale dell’inflazione, alimentando le scommesse su un possibile rialzo Usa a settembre.

Come posizionare il portafoglio

Per il risparmiatore, la fase attuale impone alcune accortezze. In un contesto di rendimenti in salita, la duration torna un fattore centrale: privilegiare scadenze brevi e intermedie, tra i 2 e i 5 anni, consente di limitare l’impatto negativo sui prezzi in caso di ulteriori rialzi, mantenendo comunque cedole interessanti rispetto al recente passato. Una strategia di scaglionamento delle scadenze (il cosiddetto laddering) permette di diversificare il rischio di reinvestimento senza scommettere tutto su un’unica finestra di mercato. Chi ha un orizzonte più lungo può valutare gradualmente anche titoli a scadenza più estesa, ma solo a fronte di un’adeguata tolleranza alla volatilità dei prezzi. In un contesto di inflazione ancora vischiosa, i titoli indicizzati all’inflazione, come i Btp Italia o i corrispettivi europei, offrono una protezione naturale contro la ripresa dei prezzi energetici. Infine, per la componente più prudente del portafoglio, gli strumenti a tasso variabile e i fondi monetari restano un parcheggio tattico utile in attesa di maggiore chiarezza sulle prossime mosse delle banche centrali. Come sempre, la diversificazione tra emittenti, valute e scadenze resta la difesa più efficace contro un ciclo dei tassi che, complice la guerra in Medio Oriente, appare tutt’altro che concluso.

Enrico Foscarini, 1 settembre 2026

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