Economia

IL DIETROFRONT

Brunetta fa marcia indietro sull’aumento di stipendio al Cnel

Dopo la furia di Meloni per i 60mila euro in più, arriva la revoca della delibera. L'ex ministro: “Senso di responsabilità per tutelare l’istituzione"

Renato Brunetta e il cnel Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Renato Brunetta fa marcia indietro. Dopo ore di polemiche e la “forte irritazione” di Palazzo Chigi per l’aumento dei compensi al Cnel, il presidente dell’organo consultivo ha annunciato la revoca immediata della delibera che gli aveva portato lo stipendio da 250 a oltre 310mila euro l’anno.

Un dietrofront arrivato in serata, via Instagram, con toni di autocritica: «Non voglio che dall’applicazione legittima di una giusta sentenza della Corte costituzionale derivino strumentalizzazioni in grado di danneggiare la credibilità del Cnel e condizionare l’azione del governo». Parole che segnano la retromarcia del professore, dopo aver inizialmente difeso la misura come una “doverosa applicazione” della sentenza n. 135/2025 della Consulta, che ha abolito il tetto ai compensi pubblici fissato a 240 mila euro.

La giornata di ieri era iniziata con la bufera politica. Dalle opposizioni erano arrivati i soliti riferimenti alla i “casta” con le immancabili richieste di dimissioni. «Brunetta si aumenta lo stipendio e affossa il salario minimo», ha attaccato Angelo Bonelli (Avs), mentre per Giuseppe Conte «la premier e il capo del Cnel corrono ai ripari, imbarazzanti». Ma la maggioranza non ha difeso l’ex ministro: irritata la Lega, fredda Forza Italia, e soprattutto durissima Giorgia Meloni, che ha fatto filtrare da Palazzo Chigi giudizi pesanti sulla scelta, definita “non condivisibile e inopportuna”.

Sotto la pressione politica, Brunetta ha capitolato, spiegando che la revoca è un gesto di “senso di responsabilità” per preservare “il prestigio del Cnel e un clima di rispetto tra le istituzioni”.

Il governo, intanto, si muove per evitare altri casi simili: il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo prepara una circolare o un Dpcm per limitare gli stipendi oltre la soglia dei 240mila euro a una manciata di alti dirigenti.

Con la marcia indietro di Brunetta, si chiude  – almeno per ora – un caso politico che ha messo in imbarazzo l’esecutivo e riacceso il dibattito sui privilegi nella pubblica amministrazione.

Enrico Foscarini, 8 novembre 2025

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