IL FATTO

Btp protagonisti del mercato nel 2025

Il differenziale con il Bund scende ai minimi da 16 anni. Il Financial Times promuove Italia e Spagna, premiate dai mercati per la disciplina di bilancio

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meloni sanchez merz macron

Si avvia alla conclusione un anno da vero protagonista per i Btp, diventati uno dei punti di riferimento dei mercati obbligazionari europei. Il dato che più di tutti fotografa questo cambiamento è il crollo dello spread tra il decennale italiano e il Bund tedesco, precipitato intorno ai 65-70 punti base, sui livelli più bassi degli ultimi 16 anni. Un risultato che assume ancora più peso se si considera che alla fine del 2022, alla vigilia dell’insediamento del governo guidato da Giorgia Meloni, il differenziale viaggiava attorno ai 240 punti.

Il ridimensionamento dello spread è il riflesso diretto di una domanda molto solida sui titoli di Stato italiani, ormai percepiti come una roccaforte di stabilità in un’Europa attraversata da fragilità politiche e tensioni fiscali. Le aste del ministero dell’Economia lo confermano: nel solo 2025 sono stati collocati circa 380 miliardi di Btp e 170 miliardi di Bot, con richieste sistematicamente superiori all’offerta. Emblematici i collocamenti di dicembre e novembre, che hanno visto una partecipazione degli investitori ben oltre le attese, segnale di una fiducia strutturale e non episodica.

Rendimenti stabili e fiducia dei mercati

In un contesto europeo segnato da forti oscillazioni, il Btp decennale, con un rendimento attorno al 3,51%, è rimasto sostanzialmente stabile. Una dinamica che lo distingue nettamente da altri grandi Paesi dell’area euro. Il Bund tedesco, che oggi rende circa il 2,86%, ha visto il proprio rendimento crescere di oltre il 23% nell’ultimo anno, mentre gli Oat francesi sono saliti di più del 13%, arrivando intorno al 3,56%.

Questo andamento non è passato inosservato alle agenzie di rating, che hanno promosso il debito pubblico italiano, rafforzando ulteriormente l’appeal dei Btp presso gli investitori internazionali. La stabilità italiana, in un contesto di crescente incertezza, si è trasformata in un elemento distintivo.

Italia e Spagna non sono più “periferia”

Anche la stampa internazionale ha preso atto del cambio di passo. Il Financial Times ha dedicato un’analisi a Italia e Spagna, sottolineando come le due economie mediterranee si stiano lasciando alle spalle l’etichetta di “periferia” dell’Eurozona. Secondo il quotidiano britannico, gli investitori stanno premiando la disciplina di bilancio di Giorgia Meloni e di Pedro Sánchez, mentre crescono le preoccupazioni per il debito in Paesi tradizionalmente considerati più sicuri.

In questo contesto, Ales Koutny, responsabile dei tassi internazionali di Vanguard, osserva che “stiamo assistendo a una fusione tra la periferia e Paesi precedentemente considerati investimenti più sicuri, come Francia, Belgio e Austria”, aggiungendo che “i mercati hanno la memoria lunga, ma con il giusto incentivo sono disposti a voltare pagina”. Una frase che sintetizza efficacemente il mutamento nella percezione del rischio sovrano in Europa.

Le difficoltà di Francia e Germania

Sul fronte opposto emergono le difficoltà di economie centrali come la Francia di Emmanuel Macron, alle prese con un deficit pubblico molto elevato e con un quadro politico instabile che rende complesso riportare i conti su una traiettoria sostenibile. Mentre l’Italia è destinata a uscire dalla procedura per deficit eccessivo, Parigi dovrà impegnarsi fino al 2029 per rispettare gli impegni presi con la Commissione europea. Secondo il Financial Times, “il deficit pubblico enorme e le turbolenze politiche in Francia hanno spinto i costi di indebitamento al di sopra di quelli della Spagna”.

Anche la Germania di Friedrich Merz non è più percepita come il porto sicuro indiscusso dell’Eurozona. Il maxi piano di spesa da mille miliardi di euro ha innescato una rivalutazione da parte dei mercati, mentre Berlino deve affrontare una crisi profonda del proprio modello di sviluppo. L’economia tedesca fatica a riprendersi dopo il Covid, con il settore automobilistico colpito dai dazi e dalle restrizioni sui motori endotermici, e con l’assenza del gas russo a basso costo che per anni ha sostenuto l’industria nazionale.

Crescita debole, ma credibilità rafforzata

Se sul fronte finanziario l’Italia raccoglie consensi, resta aperto il nodo della crescita economica, che continua a procedere a ritmi contenuti. Le stime dell’Ocse indicano un Pil in aumento di circa lo 0,6% nel 2026, dopo il +0,5% dell’anno in corso, con un lieve miglioramento atteso nel 2027. Emilia Soldani, economista dell’organizzazione parigina, ricorda che “l’Italia ha un debito pubblico considerevole e nuovi fattori quali l’invecchiamento della popolazione e, forse, la difesa potrebbero creare ulteriori pressioni”.

Secondo l’Ocse, a pesare nel breve termine saranno anche le esportazioni deboli, penalizzate dall’aumento delle tariffe globali, e una domanda interna ancora prudente, nonostante il recupero dei redditi reali. Tuttavia, per i mercati, la combinazione tra prudenza fiscale e stabilità politica sembra aver già prodotto un risultato chiaro: l’Italia non è più considerata l’anello debole dell’Eurozona, ma un emittente credibile in un’Europa sempre più divisa.

Enrico Foscarini, 28 dicembre 2025

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