La previsione della crescita italiana allo 0,8% per il 2026 assume un significato particolare perché nasce da una convergenza inedita delle stime di Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Istat. Il fatto che anche la Commissione Ue, più ottimista nelle previsioni primaverili, abbia rivisto al ribasso le proprie valutazioni indica che i freni dell’economia italiana non sono più contingenti ma sempre più strutturali.
Pesano innanzitutto il rallentamento del commercio mondiale e la debolezza prolungata della produzione industriale europea, con la crisi tedesca che continua a trasmettersi alle economie più integrate nelle catene del valore manifatturiere. A questo si aggiunge il vincolo della finanza pubblica. Il percorso di rientro del deficit sotto il 3%, previsto per il 2026, richiede una disciplina fiscale che nel breve periodo sottrae stimolo alla domanda interna. In altri termini, la stabilità dei conti riduce il rischio sistemico, ma comprime anche la crescita se non accompagnata da un’espansione del settore privato.
Il Pnrr come rete di sicurezza dell’economia italiana
Se lo 0,8% rappresenta la crescita prevista nell’anno di massimo dispiegamento del Pnrr, la lettura economica non può che essere prudente. Gli investimenti del Piano stanno agendo più come ammortizzatore macroeconomico che come acceleratore strutturale. In assenza di questo impulso, è plausibile ritenere che la crescita del 2026 sarebbe prossima allo zero o addirittura negativa.
Il Pnrr sta quindi evitando una recessione in una fase di crisi industriale europea, ma non sta generando una dinamica espansiva autonoma. Il moltiplicatore degli investimenti pubblici si conferma positivo, ma inferiore alle ipotesi iniziali, anche a causa dell’aumento dei costi delle materie prime, della scarsità di manodopera specializzata e delle difficoltà burocratiche di attuazione. Questo conferma che la spesa pubblica può stabilizzare, ma difficilmente sostituire in modo permanente il ruolo degli investimenti privati.
Il nodo del dopo-2026: stagnazione o transizione?
Il consenso sullo 0,8% rafforza i timori legati al periodo successivo alla fine del Piano. Se con decine di miliardi di investimenti pubblici la crescita resta modesta, la domanda chiave riguarda il 2027. Il rischio di stagnazione è concreto se non si realizza una staffetta con il capitale privato.
Questa lettura non implica un destino di declino inevitabile. Al contrario, suggerisce che la crescita attuale è sostenuta artificialmente e che per mantenerla sarà necessario liberare energie produttive oggi frenate. In questo senso, la riduzione della pressione fiscale, che in Italia resta tra le più alte d’Europa, rappresenta uno dei fattori chiave. Storicamente, il rischio di stagnazione o recessione tende a ridursi quando l’imposizione su imprese e lavoro diminuisce, perché migliora la redditività degli investimenti e aumenta l’incentivo all’assunzione.
Le riforme previste dal Pnrr, dalla giustizia civile alla semplificazione amministrativa, dovrebbero produrre effetti proprio ora. Senza un miglioramento tangibile della produttività, il venir meno della spesa europea rischia di lasciare un vuoto difficilmente colmabile.
Il 2026 come anno della “messa a terra” del Pnrr
Il 2026 sarà l’anno di massima concentrazione dei progetti più complessi, dalle infrastrutture ferroviarie alla transizione energetica. Secondo il Ministero dell’Economia, l’impatto del Piano sul Pil raggiungerà il picco proprio in questa fase, confermando che la crescita degli investimenti fissi lordi, stimata intorno al 2,7%, è quasi interamente trainata dalla componente pubblica.
Questo processo comporta anche effetti collaterali. Alcuni settori vivranno una fase di forte tensione sull’offerta, con un temporaneo surriscaldamento che potrebbe mantenere l’inflazione leggermente superiore alla media europea. Si tratta di un paradosso tipico delle fasi di investimento pubblico concentrato, che rafforza l’idea di una crescita sostenuta più dalla spesa che dall’efficienza.
Occupazione e industria: resilienza senza produttività
Un aspetto centrale riguarda la qualità della crescita. La prolungata debolezza della produzione industriale non è un’anomalia italiana, ma riflette la crisi del modello manifatturiero europeo, in particolare nei settori energivori e nell’automotive. L’Italia, come secondo paese manifatturiero dell’Unione, ne subisce gli effetti in modo diretto.
L’occupazione tiene, ed è un dato positivo, ma la sua composizione solleva interrogativi. La crescita dell’occupazione nei servizi a basso valore aggiunto rende l’economia più resiliente nel breve periodo, ma non aumenta il Pil per ora lavorata. Questo limita la crescita dei salari reali e riduce la capacità di sostenere i consumi senza nuovo debito pubblico.
Dalla sopravvivenza alla crescita strutturale
Il quadro che emerge è più chiaro e meno ideologico. Lo 0,8% non è una crescita record, ma neppure un disastro. In un contesto europeo fragile, rappresenta una forma di resistenza economica. Il vero nodo resta però la trasformazione di questa crescita di sussistenza in uno sviluppo duraturo.
La variabile decisiva sarà la capacità di ridurre il peso fiscale, attrarre investimenti privati e rendere permanenti gli effetti delle riforme. Senza questo passaggio, la fine del Pnrr rischia di segnare il ritorno a una stagnazione cronica. Con un contesto più favorevole all’impresa e al lavoro, invece, lo 0,8% potrebbe diventare una base da cui ripartire, non un tetto invalicabile.
Enrico Foscarini, 27 dicembre 2025
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