Economia
IL COMMENTO

Schlein terrorizza le imprese, ma Giannini la incensa

Pensoso editoriale in difesa della segretaria dopo la débâcle di Cernobbio. Ma è difficile applaudire chi parla di patrimoniale e spesa pubblica

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Massimo Giannini, su Affari & Finanza, ha già pronta la spiegazione per il tracollo di consensi che il centrosinistra di Schlein & C. ha incassato a Cernobbio: la platea del Forum Teha sarebbe semplicemente ostile per pregiudizio ideologico, un tribunale che assolve sempre chi governa e condanna sempre chi si oppone, a prescindere dal merito. È una lettura suggestiva, e per chi la scrive persino consolatoria. Ma i numeri raccontano un’altra storia. Il giudizio negativo sul centrosinistra sale all’83% degli intervistati, dieci punti più dell’anno scorso, mentre il gradimento specifico per le sue proposte crolla dal 13,8% al 6,8% in dodici mesi. Non si tratta di un’antipatia congenita verso chi siede all’opposizione: è un giudizio che peggiora, anno su anno, proprio mentre il quadro programmatico avrebbe dovuto farsi più nitido in vista del voto.

Un programma che non arriva mai

Il problema, semmai, è che a un anno o meno dalle elezioni politiche il centrosinistra non ha ancora uno straccio di programma economico condiviso. Quando i cronisti hanno chiesto direttamente a Elly Schlein se la patrimoniale sarebbe entrata nella piattaforma della coalizione, la segretaria del Pd ha risposto rimandando tutto a data da destinarsi: «A settembre discuteremo di tutto il programma con gli alleati, anche della questione fiscale». Salvo poi, a Cernobbio, rivendicare «tre anni e mezzo di lavoro testardamente unitario» su sanità pubblica, scuola, ricerca e politica industriale. Il problema è proprio questo aggettivo, testardamente: unitario nel metodo, ma vago nella sostanza. Tre anni e mezzo di tavoli non hanno prodotto un impianto fiscale definito, mentre gli imprenditori chiedevano l’unica cosa che un’opposizione a ridosso del voto dovrebbe offrire, cioè certezza su cosa accadrebbe alle imprese il giorno dopo un cambio di governo.

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Il mantra: patrimoniale e più spesa

Nel vuoto lasciato da un programma assente, a riempire lo spazio mediatico sono state soprattutto due parole, ed entrambe hanno spaventato la platea. La prima è patrimoniale: Schlein ha ribadito più volte di essere «sempre stata favorevole» a una tassazione dei grandi patrimoni, prima a livello europeo, poi aprendo esplicitamente anche a un intervento nazionale. La seconda è spesa pubblica: l’obiettivo dichiarato, nelle sue stesse parole a Cernobbio, sarebbe «finanziare investimenti nel capitale umano e difendere il modello sociale», cioè più risorse per una sanità e una scuola pubbliche che sono già, notoriamente, tra le voci più onerose del bilancio dello Stato. Non è un caso se in una platea di imprenditori e manager, per definizione interessata a crescita, investimenti e certezza fiscale, l’annuncio di nuove tasse sui patrimoni e di nuova spesa corrente non generi applausi ma diffidenza. Non è cattiveria: è interesse di categoria, legittimo quanto quello di chiunque altro, e nessuno a Cernobbio si è mai sognato di negarlo.

Perché Renzi sì e Schlein no

Ed è proprio questo interesse di categoria a spiegare perché, tra i leader di opposizione saliti sul palco di Villa d’Este, solo uno sia stato accolto con applausi convinti: Matteo Renzi. Non perché la platea abbia un debole personale per lui, ma perché il leader di Italia Viva ha scelto di parlare il linguaggio delle imprese, senza mai evocare patrimoniali o incrementi di spesa pubblica come priorità. Schlein, al contrario, arriva a Cernobbio con un messaggio che agli industriali suona come un avvertimento più che come una proposta. Non è un tribunale ostile per partito preso: è un pubblico che ascolta con attenzione chirurgica le parole “tasse” e “spesa” e reagisce di conseguenza, indipendentemente da chi le pronuncia.

L’avvertimento che la sinistra italiana non capisce

Nicola Rossi, economista e consigliere dell’Istituto Bruno Leoni, la spiega con una franchezza che vale la pena riportare: le ipotesi di patrimoniale circolate nel centrosinistra vengono lette come il segno di un problema strutturale, non di una misura tecnica isolata, perché «sembrano voler estendere il ruolo dello Stato nell’economia» proprio mentre servirebbe il contrario. E aggiunge un avvertimento che Giannini preferisce non cogliere: se il centrosinistra continua a proporsi come garante di uno Stato che redistribuisce anziché di un Paese che cresce, il rischio concreto non è restare all’opposizione, ma consegnare le chiavi del Paese, alla prima crisi di fiducia dei mercati, a un nuovo governo tecnico, sul modello Monti o Draghi. Sarebbe un esito peggiore per tutti, opposizione compresa. Ma per accorgersene bisognerebbe prima ammettere che il problema non è la platea di Cernobbio: è l’assenza di un programma capace di parlarle senza spaventarla.

Enrico Foscarini, 17 settembre 2026

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