L'ANALISI

La Cina cresce nonostante i dazi, l’Europa dorme

Il Dragone aumenta l’export e domina i mercati. L’approccio realistico di Trump limita i danni e pure Macron s'è stufato della timidezza di von der Leyen

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La potenza industriale cinese non rallenta. Nei primi undici mesi del 2025 l’export è salito del 5,4%, l’import dello 0,6% e il surplus commerciale ha raggiunto 1.076 miliardi di dollari, in aumento del 21,6%. Il tutto mentre l’interscambio con gli Stati Uniti è diminuito, confermando che la Cina esporta in tutto il mondo con una forza che supera le barriere commerciali.

Questa capacità di assorbire shock esterni indica un’industria sovradimensionata e un modello produttivo in grado di imporsi globalmente anche quando la politica internazionale sembra remare contro Pechino.

Un disavanzo record: Italia, Europa e Usa a confronto

I dati sul disavanzo commerciale mostrano in modo evidente quanto la potenza industriale cinese continui a prevalere sui partner occidentali. Nel 2024 l’Italia ha registrato un deficit di circa 37 miliardi, aggravato nel 2025 da un andamento che vede esportazioni in calo dell’11% e importazioni cinesi in aumento del 24%, con un passivo cumulato di 31 miliardi di euro nei primi otto mesi. L’area euro ha fatto ancora peggio: il divario con Pechino ha superato i 306 miliardi di euro, un livello storico, mentre nei primi mesi del 2025 il surplus cinese verso Eurolandia si è attestato su ritmi mensili intorno ai 33 miliardi, segnalando una pressione crescente nonostante un lieve calo delle importazioni europee. Anche gli Stati Uniti, pur con tariffe elevate, hanno registrato nel 2024 un deficit di 295,5 miliardi di dollari, che nel 2025 continua ad ampliarsi con un passivo di 256 miliardi fino ad agosto, malgrado la spinta protezionista di Washington. Questi numeri, presi insieme, confermano che la Cina non solo resiste ai dazi, ma rafforza la propria presa sui mercati globali, trasformando ogni ostacolo commerciale in un incentivo a espandere la sua rete produttiva e la sua proiezione economica.

Il disgelo Usa-Cina

L’incontro di ottobre in Corea del Sud tra Xi Jinping e Donald Trump ha aperto una tregua fatta di concessioni reciproche. Pechino ha accettato di acquistare più soia americana e di cooperare sul fentanyl, mentre Washington ha alleggerito alcuni controlli sulle tecnologie sensibili. Tuttavia, la tregua non ha invertito la tendenza degli scambi: a novembre l’export cinese verso gli Stati Uniti è sceso del 28,6% su base annua, segno che le fratture restano profonde.

Dazi elevati ma inefficaci: la Cina aggira gli ostacoli

Gli Stati Uniti mantengono tariffe medie vicine al 47,5%. In teoria dovrebbero erodere i margini cinesi, ma nella pratica hanno generato un effetto opposto.
Pechino ha accelerato la creazione di hub produttivi in Paesi terzi, ottenendo accesso a tariffe più basse e sfruttando una rete industriale globale che la rende quasi impossibile da isolare.

Il rafforzamento dello yuan, tornato sopra 7,06, non ha frenato l’export, confermando che anche la leva valutaria incide poco quando si ha a disposizione una macchina produttiva colossale.

La strategia cinese colpisce soprattutto l’Europa

Con il mercato americano più ostile, la Cina ha intensificato l’espansione verso Europa e Sud-Est asiatico. Il risultato è che il disavanzo commerciale europeo con Pechino ha superato i 300 miliardi di euro nel 2024.

Secondo Emmanuel Macron, la Cina «vuole colpire al cuore il modello europeo di industria e innovazione», approfittando anche del protezionismo statunitense che dirotta verso l’Europa acciaio, auto elettriche e prodotti inizialmente destinati agli Usa.

Trump e l’approccio realista

L’amministrazione Trump ha adottato una strategia aggressiva, con dazi iniziali fino al 57%, poi ridotti al 47%. Questa linea dura ha segnato un cambio di paradigma chiaro: contenere la Cina richiede uno scontro diretto, non formule diplomatiche.

La forza del modello americano sta proprio nella chiarezza degli obiettivi e nella volontà di sacrificare parte del commercio per difendere la propria capacità industriale.

L’Europa divisa

In Europa il quadro è molto diverso. Macron ha rivelato di aver minacciato Pechino con nuovi dazi, avvertendo che «noi europei saremo costretti a prendere provvedimenti forti». Ma la Germania ha subito frenato, troppo dipendente dal mercato cinese per rischiare una guerra commerciale.

Questa spaccatura interna impedisce all’Ue di agire come un blocco compatto e offre a Pechino margini di manovra enormi.

I limiti di Ursula von der Leyen

Ursula von der Leyen si muove tra fermezza annunciata e misure considerate deboli. Le sue azioni contro il dumping cinese, come l’inchiesta sulle auto elettriche, vengono spesso percepite come un compromesso: non rassicurano l’opinione pubblica e sono troppo prudenti per incidere davvero sull’equilibrio commerciale.

Da un lato Bruxelles promuove il de-risking; dall’altro il Green Deal ha aperto le porte a pannelli solari, batterie e tecnologie cinesi, aumentando la dipendenza dell’UE. È questa ambiguità a generare dubbi sulla reale efficacia dell’azione comunitaria.

La Cina avanza mentre l’Occidente resta diviso

Mentre alcuni leader europei – come Giorgia Meloni, Petr Fiala e Dick Schoof – chiedono maggiore assertività, manca una guida continentale capace di unire queste spinte e trasformarle in una politica commerciale coerente.

La Cina corre, si espande, diversifica e sfrutta ogni varco lasciato aperto dall’Occidente. L’Europa continua a discutere. E finché resterà sospesa tra prudenza diplomatica, divisioni interne e una leadership percepita come non all’altezza di questa sfida, Pechino continuerà a imporsi come la potenza industriale dominante del XXI secolo, anche di fronte ai dazi più duri.

In questo quadro già teso, le recenti dichiarazioni di Trump sull’“inutilità dell’Europa” – sebbene formulate nel contesto geopolitico – aggiungono un ulteriore livello di frizione, perché toccano anche la dimensione economica di un continente percepito da Washington come stagnante e poco reattivo. È in questo clima che il documento strategico della Casa Bianca rilancia una visione dell’Europa come partner ancora rilevante, ma profondamente inadeguato nella sua forma attuale. Le istituzioni comunitarie, secondo l’impostazione americana, avrebbero intrapreso strade che limitano la sovranità, comprimono la libertà politica e paralizzano la competitività economica, aggravate da dinamiche demografiche sfavorevoli e da politiche migratorie giudicate destabilizzanti.

Enrico Foscarini, 8 dicembre 2025

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