Esteri

Salvare l’Europa: da se stessa. Ecco la nuova strategia Usa per la Guerra Fredda 2.0

Un "Corollario Trump" alla Dottrina Monroe. Ma Washington non vuole abbandonare l'Europa, vuole un'Europa di nuovo grande, "europea", allineata nella competizione con la Cina

Trump attacco Iran
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

L’amministrazione Trump ha pubblicato la sua strategia di sicurezza nazionale e sebbene, come vedremo, i cambiamenti sono profondi, questi non sono sorprendenti. Sono il risultato di spinte che ormai da anni caratterizzano la politica americana, non solo da destra ma anche da sinistra.

La nuova strategia risente di una complessiva deideologizzazione della politica estera Usa, che si traduce in un abbandono dell’internazionalismo sia nella versione liberal che conservatrice, mentre agli alleati si chiede di non essere più dipendenti dagli Stati Uniti per la loro sicurezza, ma partner in grado di contribuire alla stabilità e alla sicurezza nel loro ambito regionale.

Un mondo troppo grande

Uno shift dettato, come dicevamo, da una innegabile volontà del popolo americano, che chiede alle sue leadership di concentrarsi sui problemi interni, ma anche da una impostazione realista. In un mondo sempre più interdipendente, e con la Cina in ascesa, gli Stati Uniti chiedono agli alleati di non essere un peso, ma un asset.

Questo ha inevitabilmente un costo salato. Vuol dire che l’epoca in cui potevamo permetterci dispendiosi e inefficienti sistemi di welfare, un modello di crescita mercantilista basato sull’apertura incondizionata dei mercati Usa, il tutto con la nostra difesa sulle spalle dei contribuenti americani, è finita. Non solo per decisione dei cittadini americani, ma anche perché il mondo è cambiato e semplicemente questo non è più sostenibile, né politicamente né dal punto di vista economico.

È chiaro che stiamo parlando non solo del tramonto dell’ordine post Seconda Guerra Mondiale, ma anche di quello illusoriamente ritenuto “unipolare” post Guerra Fredda. Il mondo è diventato troppo grande anche per gli Stati Uniti, si legge nel documento:

I giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale come Atlante sono finiti. Tra i nostri numerosi alleati e partner annoveriamo decine di nazioni ricche e sofisticate che devono assumersi la responsabilità primaria delle loro regioni e contribuire molto di più alla nostra difesa collettiva.

Prenderne atto è costoso, ma rappresenta anche una opportunità. Si tratta di saperla sfruttare per rimettersi in moto e non finire ai margini del tavolo della storia, o peggio finirci come portata. Ma scendiamo nel dettaglio della nuova strategia di sicurezza nazionale Usa.

Corollario Trump alla Dottrina Monroe

Il quadrante prioritario per Washington è “l’emisfero occidentale“, il proprio emisfero, dove l’influenza della Cina non è mai stata così pervasiva e dove gli Usa “applicheranno un Corollario Trump alla Dottrina Monroe”.

In termini di presenza militare, ciò implica “un riadattamento della nostra presenza militare globale per affrontare le minacce urgenti nel nostro emisfero, allontanandoci da teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi decenni o anni”. Ed è ciò che stiamo già vedendo con il dispiegamento di forze davanti alle coste del Venezuela e la guerra dichiarata ai cartelli della droga, le cui imbarcazioni vengono ora colpite e affondate in alto mare.

Ma il Corollario Trump alla Dottrina Monroe non è sinonimo di un ritiro isolazionista dalla scena globale, né di un declassamento della sfida cinese. Va piuttosto inteso come un consolidamento strategico, un prerequisito per gli Stati Uniti per condurre in modo più efficace la Guerra Fredda 2.0 con Pechino. Primo, mettere in sicurezza il cortile di casa.

Salvare l’Europa: da se stessa

Secondo, salvare l’Europa: da se stessa. Il quadrante che desta maggiori preoccupazioni a Washington. Il Continente europeo appare in declino sistemico, strutturale, “con la prospettiva reale e più estrema di una cancellazione di civiltà” (“civilizational erasure”), quindi ad oggi non è ritenuto un partner affidabile per la stabilità, ma un fianco debole e un peso. “Se le tendenze attuali continueranno, il Continente sarà irriconoscibile tra vent’anni o meno”.

C’è da scommettere che le élite europee reagiranno con un misto di piagnisteo, supponenza e negazione a queste annotazioni. Ma l’Europa resta per gli Stati Uniti “fondamentale”, dal punto di vista strategico, culturale, economico, questo è messo nero su bianco. La libertà e la sicurezza dell’Europa, “ripristinare l’autostima della civiltà europea e l’identità occidentale”, figurano tra gli interessi nazionali “core, vitali” degli Usa.

Qui c’è un passaggio chiave che va letto con la massima attenzione. Valutate voi stessi se ne ricavate l’impressione di qualcuno che vuole abbandonare l’Europa o salvarla, da se stessa. Si parla espressamente di “promuovere la grandezza europea“:

Non solo non possiamo permetterci di escludere l’Europa – farlo sarebbe controproducente per ciò che questa strategia mira a realizzare. La diplomazia americana dovrebbe continuare a sostenere la vera democrazia, la libertà di espressione e la celebrazione senza remore del carattere e della storia individuale delle nazioni europee. L’America incoraggia i suoi alleati politici in Europa a promuovere questo risveglio di spirito, e la crescente influenza dei partiti patriottici europei dà davvero motivo di grande ottimismo. Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di aiutare l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria. Avremo bisogno di un’Europa forte che ci aiuti a competere con successo e che lavori di concerto con noi per impedire a qualsiasi avversario di dominare l’Europa.

Se in Europa molti dubitano dell’impegno Usa nell’Alleanza Atlantica, a Washington hanno fondati motivi per dubitare della lealtà europea, che mettono nero su bianco: “più che plausibile che entro pochi decenni al massimo, alcuni membri della Nato diventeranno a maggioranza non europea. Pertanto, è una questione aperta se considereranno il loro posto nel mondo, o la loro alleanza con gli Stati Uniti, allo stesso modo di coloro che hanno firmato la Carta della Nato”.

Washington chiede quindi all’Europa di invertire le sue politiche migratorie, ripristinare la supremazia degli Stati-nazione, abbandonare l’eccesso regolatorio e aprire i suoi mercati a beni e servizi americani, allineare le proprie politiche commerciali a quelle americane nei confronti della Cina (l’Occidente commerciale).

Vogliamo che l’Europa resti europea, che riacquisti la sua autostima in quanto civiltà e che abbandoni la sua fallimentare tendenza al soffocamento normativo”.

Può essere scioccante per le élites europee, ma per questo nel documento si guarda con esplicito ottimismo all’affermazione dei partiti sovranisti. La medicina è amara ma necessaria.

Ucraina e rapporti con la Russia

In questo quadro si inserisce la conclusione della guerra in Ucraina e la ricostruzione di una stabilità strategica con la Russia, tale da evitare la prospettiva di uno scontro diretto Nato-Russia, “mettere fine alla percezione, ed evitare la realtà, di una Nato in perpetua espansione”, ma anche evitare una dipendenza dell’Europa da qualsiasi potenza rivale.

L’obiettivo esplicito è di “consentire all’Europa di reggersi in piedi da sola e di operare come un gruppo di nazioni sovrane allineate, anche assumendosi la responsabilità primaria della propria difesa, senza essere dominata da alcuna potenza avversaria”, liberando così risorse per il confronto nell’Indo-Pacifico con la Cina.

Il confronto con la Cina

L’Indo-Pacifico infatti è il quadrante che presenta la sfida sistemica maggiore. La Cina non è più definita come “minaccia”, ma emerge nel documento come rivale strategico, concorrente economico, fonte di vulnerabilità nella catena di approvvigionamento, e un attore la cui supremazia economica e militare dovrebbe essere impedita.

Rispetto al passato, non c’è un’enfasi sulla dimensione ideologica del confronto con la Cina, del tipo democrazia contro autocrazia, ​​diritti umani etc, ma è inquadrato nei termini pragmatici della competizione economica e del contenimento militare.

Esplicitamente il documento sottolinea che ora la politica estera Usa “non è fondata su un’ideologia politica tradizionale”, che gli Stati Uniti “cercano buone relazioni e relazioni commerciali pacifiche con le nazioni del mondo senza imporre loro cambiamenti democratici o sociali che differiscano ampiamente dalle loro tradizioni e storie”, che “non c’è nulla di incoerente o ipocrita nel mantenere buoni rapporti con Paesi i cui sistemi di governo e società differiscono dai nostri”.

Il presidente Trump, da solo, ha ribaltato più di tre decenni di errate supposizioni americane sulla Cina: ossia, che aprendo i nostri mercati alla Cina, incoraggiando le imprese americane a investire in Cina e delocalizzando la nostra produzione manifatturiera in Cina, avremmo facilitato l’ingresso della Cina nel cosiddetto ordine internazionale “basato sulle regole”. Questo non è accaduto. La Cina è diventata ricca e potente, ha usato la sua ricchezza e il suo potere a suo considerevole vantaggio. Le élite americane – attraverso quattro amministrazioni consecutive di entrambi i partiti politici – hanno o facilitato la strategia della Cina o l’hanno ignorata.

Ora il problema è che la Cina “si è adattata al cambiamento nella politica tariffaria statunitense iniziato nel 2017″, con la prima presidenza Trump, in particolare esportando verso gli Stati Uniti attraverso “Paesi proxy” a basso e medio reddito.

L’amministrazione Trump si rende conto che la premessa per una competizione di successo con la Cina è “mantenere il nostro status di principale economia mondiale”, garantirsi una “vitalità economica a lungo termine“, obiettivo che dovrà essere “accompagnato da un’attenzione costante e rigorosa alla deterrenza per prevenire la guerra nell’Indo-Pacifico”.

Un “approccio combinato” è necessario, perché “una forte deterrenza americana apre lo spazio per un’azione economica più disciplinata, mentre un’azione economica più disciplinata porta a maggiori risorse americane per sostenere la deterrenza nel lungo termine”.

Taiwan non è sul tavolo

“Un equilibrio militare convenzionale favorevole rimane un componente essenziale della competizione strategica”. Il focus qui è su Taiwan, non solo per la sua leadership nella produzione di semiconduttori, ma anche per impedire a Pechino il controllo del Mar Cinese Meridionale. Perché lo Stretto “offre accesso diretto alla Seconda Catena di isole e divide il Nord-Est e il Sud-Est asiatico in due teatri distinti” e “dato che un terzo del trasporto marittimo globale passa ogni anno attraverso il Mar Cinese Meridionale, ciò ha importanti implicazioni per l’economia statunitense”.

Non cambia quindi la politica su Taiwan. “Manterremo la nostra politica di lunga data su Taiwan, il che significa che gli Stati Uniti non sostengono alcun cambiamento unilaterale dello status quo nello Stretto di Taiwan”. Ma degno di nota che non ci sia la rassicurazione esplicita che Pechino vorrebbe sempre sentirsi ripetere, ovvero che gli Stati Uniti “non sostengono l’indipendenza di Taiwan”.

Taiwan non è in gioco, non è una pedina di scambio, anche se resta invariata l’ambiguità strategica. La deterrenza nei confronti di Pechino su Taiwan viene definita una “priorità”, “idealmente preservando la superiorità militare”. Idealmente è un termine che per la prima volta suggerisce che la superiorità militare degli Usa sulla Cina non può essere data per scontata.

Anche qui, l’intenzione è quella di avere una capacità militare in grado di “respingere l’aggressione in qualsiasi punto nella Prima Catena di isole”, ma gli Usa “non possono, e non dovrebbero, farlo da soli”. Gli alleati della regione, si parla di Giappone e Corea del Sud, “devono farsi avanti e spendere – e, cosa ancora più importante, fare – molto di più per la difesa collettiva“, ovvero consentire all’esercito statunitense un “maggiore accesso ai loro porti e ad altre strutture”, “spendere di più per la propria difesa e, soprattutto, investire in capacità volte a scoraggiare l’aggressione”. Questo rafforzerà “la capacità degli Stati Uniti e dei loro alleati di negare qualsiasi tentativo di impadronirsi di Taiwan”, viceversa il rischio è che ci sia “un equilibrio di forze così sfavorevole per noi da rendere impossibile la difesa di quell’isola“.

Decoupling parziale

Sul piano economico, l’obiettivo non è il decoupling totale con la Cina, ma “reciprocità ed equità” per “ripristinare l’indipendenza economica americana”, per questo “il commercio con la Cina dovrebbe essere equilibrato e incentrato su settori non sensibili“.

La nuova strategia consiste nel mettere in piedi “coalizioni economiche che sfruttino i nostri vantaggi comparati in ambito finanziario e tecnologico per costruire mercati di esportazione con i Paesi cooperanti. I partner economici americani non dovrebbero più aspettarsi di ottenere vantaggi dagli Stati Uniti attraverso sovraccapacità produttiva e squilibri strutturali, ma piuttosto perseguire la crescita attraverso una cooperazione gestita, legata all’allineamento strategico e a investimenti statunitensi a lungo termine”.

“Dobbiamo incoraggiare l’Europa, il Giappone, la Corea, l’Australia, il Canada, il Messico e altre nazioni importanti ad adottare politiche commerciali che aiutino a riequilibrare l’economia cinese“.

Ravvisiamo però una criticità in questa strategia: un’America che sta ammettendo di non essere più abbastanza potente da poter competere da sola con la Cina, ma allo stesso tempo offre sempre meno ad alleati e partner di cui ha bisogno. Difficile immaginare di costruire un cordone commerciale in funzione anti-cinese mentre nel contempo si aprono guerre commerciali contro coloro che dovrebbero farne parte. Qualcosa va evidentemente registrato.

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Lo sapevi che...

Da oggi puoi aggiungere Nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google visitando questa pagina e spuntando la checkbox a destra