
Dopo quasi tre settimane di silenzio, Cloudflare ha rotto gli indugi e ha risposto ufficialmente alla maxi sanzione da oltre 14 milioni di euro inflitta dall’Agcom per la presunta inosservanza della normativa antipirateria legata al Piracy Shield. La replica della società americana è durissima e segna un salto di qualità nello scontro, spostando il confronto dal piano tecnico a quello politico, giuridico ed economico.
Cloudflare ha annunciato di voler contestare legalmente la sanzione, sostenendo che la legge su cui si fonda il Piracy Shield sia “fondamentalmente imperfetta, tecnicamente pericolosa e tale da causare un’interruzione generalizzata dell’economia digitale italiana”. Un passaggio chiave riguarda il metodo: la multa è arrivata mentre l’azienda aveva già avviato le procedure legali previste per contestare la normativa, trasformando, secondo Cloudflare, uno strumento amministrativo in un atto coercitivo.
“Piracy Shield non ferma la pirateria”
Nel merito, l’attacco più diretto arriva dal Ceo Matthew Prince, che accusa l’Autorità di aver costruito un sistema inefficace e dannoso. Secondo Prince, “Piracy Shield sta danneggiando Internet in Italia senza effettivamente risolvere il problema della pirateria”, perché colpisce le infrastrutture invece delle fonti dei contenuti illegali. Il rischio, spiega, è quello di compromettere servizi essenziali, scoraggiare gli investimenti e minare la fiducia delle aziende tecnologiche internazionali nel mercato italiano.
Prince punta il dito anche contro l’impostazione del sistema, sostenendo che l’Agcom “non comprende come funziona Internet e ha lasciato che soggetti privati dettassero cosa gli utenti possono vedere”. Un’accusa che riporta al centro il tema dell’assenza di un controllo giudiziario effettivo e della delega di poteri tipicamente pubblici a interessi privati.
Conflitto con il diritto europeo
Uno dei passaggi più controversi riguarda l’entità della sanzione. Cloudflare contesta apertamente la compatibilità della multa con il Digital Services Act, sostenendo che l’azienda non rientrerebbe nel perimetro applicativo della legge italiana così come interpretata dall’Agcom. Ma anche ammettendo il contrario, l’Autorità avrebbe superato i limiti previsti dalla normativa europea.
Secondo Cloudflare, il tetto massimo della sanzione non potrebbe superare il 2% del fatturato dell’anno precedente riferito al mercato italiano, che equivarrebbe a circa 140mila euro. La multa da 14 milioni sarebbe quindi “cento volte superiore al limite legale”, fondata su un’argomentazione giuridica definita scorretta. Un approccio che, dal punto di vista liberista, invia un segnale devastante a chi valuta se investire o meno nel Paese.
Un sistema tecnicamente sbagliato
Sul piano tecnico, Cloudflare descrive il Piracy Shield come un meccanismo che fraintende l’architettura stessa di Internet. Invece di intervenire alla fonte dei contenuti illegali, il sistema blocca percorsi di rete condivisi, producendo effetti collaterali estesi. Prince paragona il tutto a un condominio in cui, per il mancato pagamento di una bolletta da parte di un singolo inquilino, viene staccata la corrente a tutto l’edificio.
Le conseguenze, secondo l’azienda, non sono teoriche. Nei primi mesi di operatività, Piracy Shield avrebbe causato blackout di siti governativi e scolastici, interruzioni di servizi per ONG e piccole imprese e persino il blocco di Google Drive per oltre dodici ore, paralizzando studenti e professionisti italiani. Episodi che dimostrerebbero una mancanza strutturale di precisione e di tutele per gli utenti finali.
Delegare la censura ai privati, un problema
Particolarmente critico è anche il tema della governance della piattaforma. Cloudflare sottolinea che Piracy Shield è stato sviluppato e donato all’Agcom da un soggetto privato con interessi diretti nel sistema, collegato allo studio legale che rappresenta la Lega Serie A, uno dei principali beneficiari della normativa. In questo modo, soggetti privati possono attivare blocchi automatici entro 30 minuti, aggirando i tribunali e senza alcuna supervisione umana.
Dal punto di vista liberale, il problema non è la difesa del copyright, ma la compressione delle garanzie fondamentali del giusto processo. Quando l’oscuramento diventa automatico, preventivo e privo di contraddittorio, la tutela dei diritti rischia di trasformarsi in un modello da stato di polizia digitale.
Un precedente che va oltre la pirateria
Il caso Cloudflare non riguarda solo la lotta allo streaming illegale, ma il modello di regolazione che l’Italia – e più in generale l’Europa – stanno costruendo per la rete. La fine del principio di safe harbor, sancita dal DSA e dalla Direttiva Copyright, sta progressivamente trasformando gli intermediari in guardiani obbligati di Internet, responsabili non per ciò che producono ma per ciò che non riescono a bloccare abbastanza in fretta.
Il Piracy Shield rappresenta l’applicazione più estrema di questa logica e condivide lo stesso Dna di altre proposte europee controverse, come il Chat Control. Il rischio è evidente: una volta accettato il principio che un’infrastruttura può essere bloccata in pochi minuti per una partita di calcio, lo stesso strumento potrebbe essere esteso al dissenso politico, all’informazione scomoda o alla concorrenza indesiderata.
In questo scenario, la scelta di Cloudflare di portare lo scontro sul piano legale appare meno come una sfida all’autorità e più come un campanello d’allarme. Perché quando la regolazione diventa imprevedibile, sproporzionata e tecnicamente miope, il risultato non è la tutela dei diritti, ma la fuga degli investimenti e la frammentazione di Internet. E a pagarne il prezzo, alla fine, non sono solo le multinazionali, ma cittadini, imprese e libertà digitali.
Enrico Foscarini, 28 gennaio 2026
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