La rinuncia di Federico Freni alla corsa per la presidenza della Consob chiude una vicenda che per quattro mesi ha attraversato silenziosamente la maggioranza, trasformandosi progressivamente in un problema politico sempre più difficile da gestire. Il sottosegretario al Tesoro, considerato uno degli uomini più vicini a Giancarlo Giorgetti sui dossier finanziari e regolatori, ha deciso di farsi da parte alla vigilia del Consiglio dei ministri che dovrebbe affrontare anche il nodo delle nomine di Consob e Antitrust.
La scelta è stata comunicata direttamente ai vertici del governo. Freni avrebbe parlato sia con Giorgia Meloni sia con Matteo Salvini, spiegando di voler evitare ulteriori tensioni e soprattutto di non voler lasciare ancora bloccata la Commissione di vigilanza sui mercati. A Repubblica il sottosegretario ha definito la sua decisione «la scelta più giusta, che non significa fosse la più facile», aggiungendo poi: «Ho fatto prevalere il dovere istituzionale».
La candidatura sostenuta da Giorgetti
Il nome di Freni era stato indicato già a gennaio dal ministro dell’Economia. Una scelta che dentro il Mef non era mai stata considerata improvvisata. Al contrario, il sottosegretario leghista veniva ritenuto un profilo in grado di coniugare esperienza politica e competenze tecniche maturate proprio sui dossier della vigilanza finanziaria.
Non a caso, anche nelle ultime ore, Giorgetti non ha mai preso le distanze dalla candidatura. Commentando il ritiro di Freni, il ministro ha scelto toni volutamente sobri ma eloquenti: «Sono contento così almeno rimane a lavorare con noi». Una frase che conferma come il titolare del Tesoro continuasse a considerarlo una figura adeguata per il vertice della Consob.
Ed è proprio qui che la vicenda assume un peso politico più ampio. Per mesi il veto di Forza Italia è stato motivato pubblicamente con la necessità di affidare la guida dell’Authority a un tecnico e non a un esponente politico. Una linea sostenuta da Antonio Tajani fin dall’inizio. Tuttavia, col passare delle settimane, la sensazione dentro la maggioranza è stata che il problema non fosse soltanto teorico o metodologico.
Perché Freni, pur essendo un esponente politico, viene considerato uno dei profili più competenti dell’attuale squadra economica del governo. E proprio il fatto che il veto non sia mai rientrato, nonostante le mediazioni tentate negli ultimi mesi, ha alimentato il sospetto che la resistenza avesse anche una dimensione più personale e politica, legata ad alcuni delicati dossier finanziari seguiti dal sottosegretario.
Il nodo dell’Avvocatura dello Stato
Nelle ultime settimane, però, è emerso anche un ulteriore elemento che avrebbe contribuito alla decisione finale. A pesare sarebbe stato infatti un parere negativo dell’Avvocatura dello Stato, richiesto per chiarire la compatibilità della nomina.
Il punto riguardava soprattutto la normativa sull’inconferibilità degli incarichi nelle Authority indipendenti per chi ricopre ruoli politici di governo. Freni, oltre a essere sottosegretario al Tesoro, ha infatti ricevuto da Giorgetti la delega sulla regolamentazione e vigilanza dei mercati finanziari e ha contribuito direttamente alla scrittura della riforma del Testo unico della finanza.
In altre parole, il rischio evidenziato era quello di un passaggio troppo diretto da regolatore politico a vigilante dell’Authority. Un elemento che avrebbe creato inevitabili imbarazzi istituzionali, anche perché la nomina avrebbe poi richiesto la controfirma del Quirinale.
Dentro la Lega si continua comunque a ricordare che esistono precedenti diversi, da Paolo Savona a Giuseppe Vegas, entrambi arrivati alla guida della Consob dopo esperienze di governo. Ma questa volta il quadro normativo e soprattutto il clima politico sono apparsi differenti.
Una maggioranza costretta a rincorrere
Il dato politico resta comunque evidente: una nomina considerata strategica dal Tesoro è rimasta congelata per mesi senza che la maggioranza riuscisse a trovare una sintesi. E adesso il governo si trova costretto a ripartire praticamente da zero.
Il nome del commissario Consob Federico Cornelli, da tempo apprezzato da Forza Italia, viene considerato difficilmente praticabile proprio per il veto maturato nella Lega dopo lo stop a Freni. Restano quindi in corsa soprattutto Donato Masciandaro, economista della Bocconi e consigliere di Giorgetti, e il segretario generale di Palazzo Chigi Carlo Deodato, anche se Meloni non sembrerebbe intenzionata a privarsi facilmente di uno dei suoi collaboratori più fidati.
La partita della Consob si intreccia inevitabilmente con quella dell’Antitrust. Anche lì il governo deve decidere rapidamente. I nomi sul tavolo sono quelli dell’attuale segretario generale Guido Stazi, del commissario Saverio Valentino e ancora di Deodato. Le due nomine verranno probabilmente chiuse insieme, in un equilibrio che dovrà tenere conto non soltanto delle competenze ma anche dei delicati rapporti interni alla coalizione.
Nel frattempo, il passo indietro di Freni lascia sullo sfondo una domanda politica che nella maggioranza nessuno formula apertamente ma che molti si pongono: se anche uno dei profili più tecnici e preparati del centrodestra diventa terreno di scontro interno, il rischio è che sulle grandi partite economiche prevalgano ancora una volta i veti reciproci invece della capacità di decidere rapidamente.
Enrico Foscarini, 14 maggi 2026
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