La crisi in Medio Oriente non colpisce solo l’energia, ma rischia di avere effetti diretti anche sulla sanità. A evidenziarlo è Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, che parla apertamente di una fase critica senza precedenti recenti. Secondo Cattani, “la crisi in Medio Oriente è il terzo shock in quattro anni per l’industria farmaceutica”, dopo la guerra in Ucraina e le tensioni nel Mar Rosso.
Le sue parole descrivono un settore già provato, che ora deve affrontare nuove difficoltà legate ai trasporti e all’approvvigionamento delle materie prime. Il rischio non è immediato, ma si muove su un orizzonte temporale concreto, soprattutto se il conflitto dovesse protrarsi.
Costi fuori controllo e filiere in difficoltà
Cattani sottolinea come l’impatto economico sia già evidente e pesante per le imprese. I costi di produzione sono “stimati oltre il 20%, che si sommano a quelli già registrati dal 2021”, creando una pressione crescente su tutto il sistema industriale.
Nel dettaglio, l’aumento del prezzo del greggio sta trascinando verso l’alto anche altri materiali essenziali. Lo stesso Cattani chiarisce che “si registrano rincari del 25% per l’alluminio, del 15% per i principi attivi e del 25% per vetro e carta destinati agli imballaggi”, evidenziando un quadro che mette in difficoltà le filiere e riduce la disponibilità di risorse.
Questo contesto, aggravato da fenomeni di accaparramento, rischia di compromettere la stabilità produttiva, soprattutto in un settore dove i prezzi sono regolati e non permettono margini di compensazione.
Aleotti: il rischio carenze è concreto dall’estate
A rafforzare il quadro interviene anche Lucia Aleotti, vicepresidente di Confindustria per il Centro studi, che sposta l’attenzione sulle conseguenze future per cittadini e sistemi sanitari.
Aleotti avverte che “il rischio è che ci possa essere una limitazione delle forniture di farmaci in Europa e in Italia”, precisando che non si tratta di un’emergenza immediata ma di uno scenario plausibile nei prossimi mesi. In particolare, sottolinea che il problema potrebbe emergere “a partire dall’estate o dopo l’estate”, rendendo cruciale la risposta delle istituzioni europee.
Le sue parole evidenziano come il tema non sia solo industriale, ma anche sanitario e sociale, con possibili ripercussioni dirette sulla disponibilità delle cure.
Urso: troppa dipendenza dall’estero è un rischio strategico
Nel dibattito interviene anche il ministro delle Imprese Adolfo Urso, che punta il dito contro una fragilità strutturale del sistema europeo.
Urso sottolinea infatti che “l’Italia è ancora troppo dipendente dall’estero per le materie prime”, con una quota di circa il 74% dei principi attivi provenienti soprattutto da Cina e India. Una dipendenza che, come dimostrato durante la pandemia, può diventare critica nei momenti di crisi globale.
Secondo il ministro, è necessario garantire un’autonomia strategica europea per evitare che problemi geopolitici si traducano in difficoltà produttive e rischi per la salute pubblica.
Un settore forte ma sempre più esposto
Nonostante le criticità, l’industria farmaceutica resta uno dei pilastri dell’economia italiana. I numeri confermano la solidità del comparto, con 74 miliardi di produzione nel 2025 e 69 miliardi di export, oltre a investimenti significativi e occupazione in crescita.
Tuttavia, come evidenziato da Cattani e Aleotti, la combinazione tra tensioni geopolitiche, aumento dei costi e dipendenza dall’estero rende il settore sempre più esposto. La sfida sarà quella di proteggere questo asset strategico, evitando che una crisi internazionale si trasformi in una carenza concreta di farmaci per cittadini e pazienti.
Enrico Foscarini, 14 aprile 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


