IL DISCORSO

Draghi scopre (ora) i limiti dell’Europa

L'ex premier invoca il federalismo per dare potere all’Ue. Una diagnosi lucida, ma tardiva, sui limiti strutturali di un’Unione immobile

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Draghi Trump Xi

“All’Europa oggi serve potere”, Mario Draghi lo afferma senza giri di parole nel discorso pronunciato a Lovanio, dove spiega che questo obiettivo “richiede che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione”. È una presa d’atto netta, che segna una discontinuità nel linguaggio dell’establishment europeo. Non si parla più di piccoli aggiustamenti o di miglioramenti incrementali, ma di una scelta politica fondamentale: restare un grande mercato regolato o diventare un soggetto capace di esercitare potere in un mondo dove le regole sono cambiate.

L’analisi merita rispetto, ma non può essere separata da una considerazione di fondo: il sistema che oggi Draghi descrive come inadeguato è anche il prodotto di decenni di governance europea che hanno contribuito a cristallizzarne i limiti. Per molto tempo, a Bruxelles, si è sostenuto che l’architettura dell’Unione funzionasse e che i problemi fossero marginali. Oggi quella narrazione non regge più.

L’ordine globale non era un’illusione

Draghi rifiuta sia la nostalgia sia l’autoassoluzione. Ricorda che l’ordine internazionale nato nel dopoguerra si fondava sull’idea “che il diritto internazionale, sostenuto da istituzioni credibili, favorisca pace e prosperità”. E insiste su un punto spesso rimosso nel dibattito europeo: “Il sistema non è fallito perché fondato su un’illusione. Ha prodotto benefici reali e ampiamente condivisi”.

Quei benefici sono stati evidenti per gli Stati Uniti, come potenza egemone; per l’Europa, attraverso integrazione e stabilità; e per molti Paesi in via di sviluppo, grazie all’accesso all’economia globale. Il problema, sottolinea Draghi, è ciò che quell’ordine non è riuscito a correggere, in particolare la separazione crescente tra commercio e sicurezza.

Con l’ingresso della Cina nel Wto, “i confini tra commercio e sicurezza hanno iniziato a divergere”. L’Europa aveva sempre commerciato oltre l’alleanza occidentale, ma mai con un Paese “di tale scala e con l’ambizione di diventare un polo autonomo”. La globalizzazione ha smesso di seguire il vantaggio comparato e alcuni Stati hanno cercato “un vantaggio assoluto attraverso strategie mercantilistiche”, scaricando sugli altri i costi della deindustrializzazione.

Dipendenze, leva e debolezza europea

Nel frattempo, le interdipendenze si sono trasformate. “Ciò che una volta era visto come fonte di moderazione reciproca è diventato una fonte di leva e controllo”, osserva Draghi. E la governance multilaterale non aveva “né i meccanismi per affrontare gli squilibri né il linguaggio per riconoscere le dipendenze”.

Il punto cruciale, però, è che il crollo di quell’ordine non è di per sé la minaccia principale. “Un mondo con meno commercio e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l’Europa si adatterebbe”. Il vero rischio è ciò che lo sostituisce: da un lato “un’America che enfatizza i costi che ha sostenuto ignorando i benefici che ha raccolto”, imponendo dazi e chiarendo, per la prima volta, di considerare la frammentazione politica europea un vantaggio; dall’altro “una Cina che controlla nodi critici delle catene globali del valore” ed è disposta a usare quella posizione.

Il risultato è un’Europa che “rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata allo stesso tempo”. Una diagnosi difficile da contestare.

Dove l’Europa conta, e dove no

Draghi ricorda che l’Unione possiede ancora leve decisive. È il primo esportatore e importatore mondiale, il principale partner commerciale di oltre 70 Paesi. Le imprese europee controllano “il 100% della litografia ultravioletta estrema” necessaria per i microchip, producono metà degli aerei commerciali globali e progettano i motori della maggior parte della navigazione mondiale.

Eppure questa forza economica non basta. “È sbagliato pensare agli accordi commerciali principalmente in termini di crescita”, spiega Draghi, perché oggi il commercio è soprattutto uno strumento strategico. Da qui la distinzione centrale del suo discorso: “Dove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria – siamo rispettati come una potenza e negoziamo come un soggetto unico”. Dove invece non lo ha fatto, “sulla difesa, sulla politica industriale, sugli affari esteri”, viene trattata come “un’assemblea fluida di Stati di medie dimensioni, da dividere e gestire di conseguenza”.

Quando commercio e sicurezza si intersecano, avverte, “i nostri punti di forza non riescono a compensare le nostre debolezze”.

Il federalismo pragmatico e il pachiderma europeo

La risposta proposta è quella di un “federalismo pragmatico”. Agire subito, con chi è disposto, senza attendere un’unità perfetta che non arriverà mai spontaneamente. “L’unità non precede l’azione: è forgiata dall’azione”, dice Draghi, ricordando l’esperienza dell’euro, quando “chi era pronto andò avanti”, costruendo istituzioni comuni e una solidarietà che nessun trattato avrebbe potuto imporre.

Il problema è che questa consapevolezza arriva dopo anni di immobilismo. Mentre il mondo accelerava, l’Unione si è spesso rifugiata in un eccesso di regolazione e in dibattiti autoreferenziali, preferendo discutere di obiettivi simbolici piuttosto che affrontare i nodi del potere, della difesa e della competitività. Politiche come il Green Deal sono diventate il terreno ideale per parlare del sesso degli angeli, evitando scelte strategiche vere.

Una diagnosi lucida, ma tardiva

Il discorso di Lovanio segna un cambio di tono importante. Draghi non sostiene più che a Bruxelles tutto vada bene. Riconosce che il mondo è cambiato e che l’Europa rischia di restare schiacciata se non reagisce.

Ma ora non basta più descrivere il problema. La domanda resta aperta ed è la stessa che Draghi pone esplicitamente: “Restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità di altri? O facciamo i passi necessari per diventare una potenza?”. Continuare a rimandare significherebbe confermare, una volta di più, che l’Unione europea è consapevole dei propri limiti ma incapace di superarli.

Enrico Foscarini, 2 febbraio 2026

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