L’ultima ipocrisia, tutta europea, è bollare come uno sfregio ai valori e alla civiltà del continente la Strategia di sicurezza nazionale firmata da Donald Trump, mentre ci si spellano le mani per i rapporti redatti da Mario Draghi ed Enrico Letta. Eppure la diagnosi dell’Europa malata elaborata a Washington è, nella sostanza, largamente sovrapponibile a quella messa nero su bianco dai due ex presidenti del Consiglio italiani. Cambia il lessico, cambia l’impostazione ideologica, ma il quadro clinico resta lo stesso. E non potrebbe essere altrimenti: la realtà non muta a seconda che la si osservi con occhi europeisti o con lo sguardo di un falco a stelle e strisce.
Difesa, welfare e dipendenze: una verità scomoda
Da decenni la destra americana ripete che l’Europa ha potuto permettersi uno Stato sociale generoso perché protetta dall’ombrello militare pagato dai contribuenti statunitensi. Un’accusa che attraversa le stagioni politiche, dai neoconservatori al mondo Maga. È una tesi vera, ovviamente. Ed è proprio Mario Draghi a sancirla ufficialmente nel rapporto sul futuro della competitività europea del settembre 2024, quando scrive che la sicurezza garantita dalla difesa statunitense ha liberato risorse da destinare ad altre priorità, in un mondo che si credeva geopoliticamente stabile. Ma quel mondo non esiste più. Le fondamenta su cui l’Europa ha costruito il proprio benessere stanno vacillando, il precedente paradigma globale si sta dissolvendo e le dipendenze si sono trasformate in vulnerabilità.
La terapia indicata è inevitabile: l’Europa deve imparare a reggersi sulle proprie gambe, rafforzando la sicurezza e riducendo le dipendenze strategiche. È lo stesso concetto che Trump declina in chiave sovranista, spiegando che è interesse degli Stati Uniti permettere all’Europa di operare come un insieme di nazioni sovrane, assumendosi la responsabilità primaria della propria difesa.
Declino demografico e irrilevanza economica
Ha fatto scandalo l’avvertimento di Trump sul rischio che l’Europa diventi culturalmente ed economicamente irrilevante nel giro di pochi decenni, anche a causa della denatalità. Ma nemmeno un ottimista strutturale come Enrico Letta riesce a negare l’evidenza. Negli ultimi trent’anni, ricorda nel suo rapporto, la quota europea dell’economia mondiale si è ridotta drasticamente a vantaggio delle economie asiatiche emergenti. Una tendenza legata anche a cambiamenti demografici profondi, con una popolazione in calo e sempre più anziana e un tasso di natalità in preoccupante diminuzione.
Il confronto con gli Stati Uniti è impietoso: mentre il Pil pro capite americano è cresciuto di quasi il 60% tra il 1993 e il 2022, quello europeo si è fermato sotto il 30%. Numeri che raccontano più di mille slogan.
Burocrazia, iper-regolazione e fuga degli investimenti
Il punto più interessante, e politicamente più esplosivo, è che né Draghi né Letta risparmiano critiche all’architettura istituzionale dell’Unione. È proprio questa franchezza a dare valore ai loro rapporti, che altrimenti sarebbero rimasti il solito catalogo di buone intenzioni.
Nel piano consegnato a Bruxelles nel 2024, Letta ammette che la Ue si è specializzata in una sovrapproduzione di leggi e adempimenti che ha penalizzato imprese e consumatori. Il dinamismo del mercato unico è soffocato da un carico normativo e burocratico eccessivo, una iper-regolamentazione che impone costi insostenibili soprattutto alle Pmi e finisce per favorire, paradossalmente, le imprese non europee.
Non stupisce allora che cresca l’insoddisfazione nel mondo imprenditoriale, sempre più tentato di delocalizzare fuori dal mercato unico, dove oggi esistono alternative credibili. La complessità e il volume della normativa europea, avverte Letta, mettono in difficoltà persino le autorità nazionali, spesso incapaci di attuare efficacemente regole tanto invasive quanto confuse.
Draghi e la denuncia senza sconti
Mario Draghi è ancora più diretto. L’Europa afferma di voler favorire l’innovazione, ma continua ad accumulare oneri normativi che colpiscono soprattutto le Pmi e i settori digitali. Oltre metà delle piccole e medie imprese segnala nel carico amministrativo il principale ostacolo alla crescita. Il continente produce ricercatori e brevetti, ma le aziende innovative che vogliono scalare il mercato vengono bloccate in ogni fase da regolamenti incoerenti e restrittivi. Il risultato è che molti imprenditori preferiscono cercare capitali negli Stati Uniti e crescere oltreoceano.
Secondo l’ex presidente della Bce, questi sono esattamente i settori in cui l’Unione dovrebbe fare di meno. L’attività legislativa della Commissione è cresciuta in modo eccessivo, anche perché molti parlamenti nazionali non esercitano il loro diritto di limitare l’iniziativa di Bruxelles. Serve rafforzare il controllo democratico e la capacità amministrativa degli Stati membri.
Trasparenza, legittimazione e rischio politico
C’è poi un nodo decisivo che persino Letta riconosce: la scarsa trasparenza nell’uso dei finanziamenti europei. Senza trasparenza non può esistere legittimazione politica. Allargamento dell’Unione, investimenti per la difesa e transizione verde e digitale avranno costi enormi e finché non sarà chiaro come verranno reperite le risorse e chi le pagherà, la preoccupazione tra cittadini e corpi intermedi continuerà a crescere. Per evitare reazioni politiche negative, ammonisce Letta, servono risposte chiare, semplici e trasparenti.
Una distanza più corta di quanto si ammetta
Incapacità di assumersi responsabilità globali, un groviglio di regole che scoraggia chi vuole investire, una Commissione che legifera anche dove non dovrebbe e una debole legittimazione democratica: tutto questo non lo scrive Donald Trump, ma due icone dell’establishment europeo come Draghi e Letta. La distanza che li separa dal presidente americano, almeno nella diagnosi, è molto più breve di quanto in Europa si voglia ammettere.
Enrico Foscarini, 15 dicembre 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


