Un nuovo errore dell’Inps sulle pensioni riapre il tema dell’applicazione della manovra 2024 e del ricalcolo degli assegni per i dipendenti pubblici iscritti alle casse Cpdel, Cps, Cpi e Cpug. La vicenda riguarda il taglio alle quote retributive che, secondo la legge uscita dal Parlamento, doveva interessare solo le pensioni anticipate, lasciando fuori le pensioni di vecchiaia. L’Inps, però, ha continuato ad applicare la stretta anche a chi usciva per limiti di età, creando una situazione che ora l’Istituto è costretto a correggere.
Il problema è stato ammesso solo con il messaggio numero 787 del 5 marzo, pubblicato dopo due anni e due mesi dall’entrata in vigore della norma. Nel documento si riconosce che le pensioni di vecchiaia liquidate con le nuove aliquote dovranno essere riesaminate d’ufficio, con restituzione degli arretrati, interessi legali e rivalutazione monetaria, segnando una svolta per migliaia di pensionati coinvolti.
La platea coinvolta e il peso dell’errore
La questione riguarda una parte degli 81.500 dipendenti pubblici indicati dalla Ragioneria come interessati ai tagli, una platea che comprende sia pensioni anticipate sia pensioni di vecchiaia. Proprio su queste ultime si concentra l’errore, con un impatto stimato in circa 40 milioni di euro, una cifra che coincide con il costo dell’esclusione delle vecchiaie dal taglio prevista nei documenti parlamentari.
L’elemento più rilevante è il ritardo con cui l’errore è stato riconosciuto. Per 26 mesi l’Inps ha applicato aliquote più sfavorevoli rispetto a quanto stabilito dalla legge, creando una discrepanza tra il dettato normativo e l’applicazione pratica che ora dovrà essere sanata attraverso una riliquidazione degli assegni.
La stretta sulle pensioni della manovra 2024
La norma nasce all’interno della legge di bilancio 2024 e interviene sulle aliquote di rendimento delle quote retributive delle pensioni di quattro gestioni ex Inpdap: dipendenti degli enti locali, sanitari, insegnanti di asilo e ufficiali giudiziari. L’obiettivo iniziale del governo era quello di ridurre un sistema considerato troppo favorevole per chi aveva meno di 15 anni di anzianità nel retributivo prima del 1996.
Le stime parlavano di risparmi crescenti nel tempo, con un impatto che sarebbe arrivato a miliardi nel lungo periodo e con una platea destinata ad ampliarsi negli anni. Il meccanismo avrebbe coinvolto tutti i trattamenti con decorrenza dal 1° gennaio 2024, senza distinzione tra pensioni anticipate e pensioni di vecchiaia, in una logica di contenimento della spesa previdenziale.
La modifica del Senato
Il passaggio decisivo è arrivato durante l’esame parlamentare, quando il Senato ha riscritto il comma chiave della norma dopo un confronto politico molto acceso. Il nuovo testo ha chiarito che la riduzione del trattamento pensionistico si applica solo alle pensioni anticipate, comprese quelle dei lavoratori precoci, escludendo invece chi raggiunge i limiti di età o di servizio.
In questo modo il Parlamento ha ristretto il perimetro della stretta, lasciando fuori le pensioni di vecchiaia e riconoscendo un maggiore costo per i conti pubblici già nelle tabelle della Ragioneria. La scelta ha comportato maggiori oneri per circa 40 milioni nei primi due anni, segno che l’esclusione delle vecchiaie era stata prevista e contabilizzata fin dall’approvazione definitiva della legge.
Il riconoscimento dell’errore
Nonostante la correzione parlamentare, l’Inps ha continuato ad applicare le nuove aliquote anche alle pensioni di vecchiaia liquidate dal 2024. Solo con il messaggio di marzo l’Istituto ha chiarito che le nuove aliquote “si applicano solo alle pensioni anticipate” e “non si applicano alle pensioni di vecchiaia, anche in cumulo”, precisando che non conta la cessazione dal servizio ma esclusivamente la tipologia di trattamento.
La revisione è arrivata dopo ricorsi amministrativi e approfondimenti condivisi con il ministero del Lavoro, segno che il problema era emerso già da tempo tra gli addetti ai lavori e tra i pensionati coinvolti. La correzione ora impone un intervento generalizzato su tutte le posizioni interessate.
Arretrati, interessi e rivalutazione
La conseguenza più concreta riguarda la restituzione delle somme non dovute. L’Inps ha disposto il riesame d’ufficio delle pensioni di vecchiaia calcolate con aliquote errate, con il riconoscimento delle differenze sui ratei arretrati, degli interessi legali e della rivalutazione monetaria calcolata dalla data di riliquidazione.
Anche gli eventuali indebiti già contestati verranno cancellati con la formula “insussistenza originaria del debito per errore nel calcolo della pensione”, una decisione che chiude la partita per molti pensionati e certifica l’errore amministrativo. Resta ancora da quantificare con precisione l’impatto economico complessivo, ma il quadro politico e tecnico è ormai definito: le pensioni di vecchiaia erano escluse dal taglio e l’Inps dovrà ora rimediare con arretrati e rivalutazioni.
Un caso ancora aperto
La vicenda riporta al centro il tema della corretta applicazione delle norme previdenziali e dei tempi con cui gli errori amministrativi vengono riconosciuti e corretti. Dopo oltre due anni dall’entrata in vigore della legge, l’intervento dell’Inps rappresenta una rettifica necessaria ma tardiva, che mette in evidenza la complessità del sistema pensionistico e la necessità di maggiore coordinamento tra Parlamento, ministeri e istituti previdenziali.
Il risultato finale è che migliaia di pensionati riceveranno quanto dovuto, ma con un ritardo significativo. Un episodio che conferma quanto sia delicato il tema delle pensioni pubbliche e quanto ogni modifica normativa possa avere effetti rilevanti non solo sui conti dello Stato, ma soprattutto sulla vita concreta dei lavoratori e dei pensionati.
Enrico Foscarini, 6 aprile 2026
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