Economia

CRISI SIDERURGICA

Ex Ilva, pagheremo ancora noi

Lo Stato prepara l’ennesimo salvataggio mentre migliaia di esuberi incombono. Il mito della decarbonizzazione ha depistato il governo

ilva Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI,
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L’ennesimo giro di valzer sull’ex Ilva rischia di trasformarsi nell’ennesimo conto presentato ai cittadini. Entro Natale dovrebbero arrivare le manifestazioni di interesse dei quattro soggetti in attesa, dai fondi americani Flacks Group e Bedrock fino ai due player industriali extra Ue, tra cui – secondo indiscrezioni – EM Steel dagli Emirati Arabi. Nel frattempo, i commissari straordinari hanno rassicurato sindacati e governo garantendo la continuità produttiva della banda stagnata a Genova e del zincato a Novi Ligure, una scelta che, come avrebbero ammesso loro stessi, «avrà un costo». Un costo che, prevedibilmente, finirà ancora una volta sulle spalle dello Stato.

Il ministro Adolfo Urso ha garantito che «non esiste alcun piano di chiusura», tenendo la barra dritta nonostante sindacati e territori abbiano definito l’ultimo incontro romano «non andato come si sperava». Ma la verità è che, sullo sfondo, si muove un piano potenzialmente decisivo ma altrettanto doloroso: quello dell’imprenditore Giovanni Arvedi, l’unico soggetto italiano ad aver elaborato un vero “salvagente industriale”. Un progetto che prevede la realizzazione di due nuovi forni elettrici, abbandonando gli attuali altoforni, con conseguenze immediate: una lunga fase di cassa integrazione, una ricostruzione industriale da tre a cinque anni e una ripartenza “light” fino a un massimo di 4-6 milioni di tonnellate annue, con il reintegro di non più di 2-4mila lavoratori.

Il resto della forza lavoro verrebbe assorbito tramite pensionamenti anticipati, scivoli e soprattutto redistribuzione nelle aziende pubbliche o partecipate. È qui che la vicenda tocca il suo punto più critico: sarà ancora una volta lo Stato a doversi fare carico degli esuberi non pensionabili, mentre sul territorio si continua a raccontare l’illusione – o meglio, la bufala politica – della decarbonizzazione immediata, a cui perfino il governo si è fatto trascinare. È stata un’operazione che ha rallentato decisioni cruciali e che ha dato fiato a una narrazione irrealistica, spinta soprattutto dall’ex governatore Michele Emiliano, uno dei principali promotori della “svolta green” senza basi industriali reali.

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La crisi dell’ex Ilva non nasce dal carbone, ma dalla gestione politica e giudiziaria. Il paradosso è evidente: mentre Cina e India continuano a espandere l’acciaio a ciclo integrale privilegiando sviluppo e occupazione, l’Italia ha trasformato Taranto in un campo di battaglia ideologico. Se ci fosse stato un quadro autorizzativo chiaro, stabile e orientato alla produzione, il sito avrebbe potuto continuare a funzionare a pieno regime, producendo 8-10 milioni di tonnellate di acciaio a costi competitivi, evitando importazioni e mantenendo salda una filiera strategica.

La vera emergenza, dunque, non è la tecnologia ma l’incertezza del diritto, fattore che ha logorato l’impianto molto più delle emissioni. L’altalena tra sequestri, ricorsi, commissariamenti e continui interventi politici ha eroso ogni certezza industriale e allontanato investitori seri. La transizione ai forni elettrici, in questo contesto, non appare una scelta strategica ma un compromesso costoso, necessario solo perché il ciclo integrale è stato reso ingestibile dal caos giuridico.

Chi pagherà la transizione?

Mentre Bedrock propone 5mila licenziamenti e investimenti pari allo zero, e Flacks Group dopo una visita a Taranto avrebbe dato “feedback positivi” ma senza impegni concreti, il piano Arvedi resta l’unica strada realistica. Eppure, dietro la sua fattibilità si nasconde un problema enorme: qualcuno dovrà pagare la transizione. Non sarà il mercato. Non saranno i fondi esteri. Sarà lo Stato. Saranno i contribuenti.

La verità è che l’Italia si trova oggi in questa situazione non perché il ciclo integrale fosse obsoleto, ma perché è mancata una politica industriale capace di reggere il conflitto tra ambiente e lavoro senza far collassare un asset strategico. E ora, tra cassa integrazione, riqualificazioni forzate e nuovi investimenti pubblici, l’Odissea dell’ex Ilva continua a presentare un conto salatissimo.

Un conto che, ancora una volta, pagheremo noi.

Enrico Foscarini, 29 novembre 2025

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