Con questo articolo su un altro disastro provocato dal Green Deal si apre uno spazio che si chiama “A grande richiesta“. Lo spunto è stato fornito proprio da un lettore che aveva commentato un approfondimento sul Consiglio Ue che ha discusso i target 2040. E, poiché leggiamo sempre i vostri commenti e le vostre opinioni, se un articolo o un intervento di natura economica vi fa riflettere e volete chiedere un approfondimento, o se volete parlare di un argomento in particolare legato ai temi economici, basterà semplicemente commentare e dircelo. Per quanto possibile cercheremo di venirvi incontro.
E.F.
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Via dalle tavole un pesce italiano su tre: è l’effetto delle nuove norme europee che impongono limiti operativi sempre più stringenti al comparto ittico nazionale. Il fermo totale della flotta a strascico nel Tirreno, prorogato fino al 30 novembre, è solo l’ultima manifestazione di una crisi strutturale che si trascina da anni e che oggi rischia di travolgere l’intera marineria italiana.
A essere colpite sono oltre 100 imprese della pesca a strascico, costrette a un mese in più di inattività dopo il fermo biologico di ottobre. “È necessario agire subito – denuncia Coldiretti Pesca Toscana – per garantire la sopravvivenza economica e sociale della flotta. La pesca a strascico è finita ingiustamente nel mirino delle politiche europee”. Il danno economico stimato supera i 5 milioni di euro solo nel Tirreno.
Le radici del problema: Green Deal e piano WestMed
La sospensione non è un semplice stop biologico, ma l’effetto diretto del Green Deal europeo e del Piano Pluriennale per la Pesca nel Mediterraneo Occidentale (MAP), derivato dall’iniziativa WestMed. L’Ue punta a eliminare la pesca di fondo entro il 2030 per tutelare la biodiversità marina, ma le conseguenze economiche e sociali per le comunità costiere sono devastanti. Nel Mediterraneo occidentale, il piano prevede una riduzione del 40% dello sforzo di pesca entro il 2026, traducendosi in una drastica limitazione dei giorni di uscita in mare: appena 109 all’anno, ben al di sotto della soglia di sostenibilità economica per molte imprese.
A complicare la situazione, il Regolamento UE 2025/219 ha imposto la sospensione forzata delle attività per “sforamento delle giornate di pesca autorizzate” e per “riduzione del 20% delle catture di nasello”. Una misura che – secondo Coldiretti e Federpesca – “colpisce il settore più produttivo della flotta italiana e apre la strada all’invasione di pesce straniero”.
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Un settore in contrazione strutturale
Il comparto ittico italiano rappresenta un pilastro dell’economia del mare, ma i numeri raccontano un declino costante. Secondo il Rapporto 2024 dell’Osservatorio Nazionale della Pesca, la flotta si è ridotta del 21% rispetto al 2004, perdendo oltre 3.100 imbarcazioni e il 27% del tonnellaggio lordo complessivo. Oggi il settore impiega circa 21.000 addetti, equivalenti a 13.500 unità di lavoro a tempo pieno. La produzione della pesca langue e nel 2023 era scesa a 700 milioni di euro proprio a causa delle normative. Considerando anche l’itticoltura il valore della produzione supera comunque il miliardo di euro, una giccia nel mare dei 77 miliardi prodotti dal settore primario in Italia (350 milioni circa il valore aggiunto su un totale di 40 miliardi).
La contrazione produttiva ha aumentato la dipendenza dell’Italia dall’estero: l’85% del pesce consumato nel Paese è oggi d’importazione, con una bilancia commerciale in deficit di 6,5 miliardi di euro. Come denuncia Coldiretti, “si sta cancellando la sovranità alimentare nazionale e mettendo a rischio la sicurezza dei consumatori: l’86% delle allerte sanitarie sui prodotti ittici riguarda importazioni straniere”.
Un’emergenza sociale oltre che economica
Il prolungamento del fermo ha un impatto immediato su circa 2.000 lavoratori del Tirreno, rimasti senza reddito. I sindacati Fai, Flai e Uila Pesca definiscono la situazione “drammatica”: l’indennizzo per l’arresto temporaneo ammonta a 30 euro lordi al giorno, cifra ritenuta “un’elemosina”. Si aggiungono i ritardi cronici nei pagamenti e l’inattuazione della CISOA, la cassa integrazione per i lavoratori della pesca, ancora bloccata per mancanza di decreti attuativi.
Il rischio sistemico e la richiesta di riforma
La crisi del Tirreno mostra con chiarezza un conflitto tra sostenibilità ambientale e sopravvivenza economica. Le politiche europee, pensate per tutelare gli ecosistemi marini, stanno però “smantellando la flotta nazionale, senza prevedere risorse adeguate per la riconversione”, come sottolinea ancora Coldiretti.
Il ministro Francesco Lollobrigida ha chiesto in sede Agrifish una revisione del piano WestMed per riequilibrare la componente ambientale con quella sociale ed economica, ribadendo che “non è tollerabile sacrificare un mondo che rappresenta la produzione di qualità italiana”.
Senza una revisione del quadro normativo (in primis il Green Deal) e un piano di sostegno reale alla flotta, il rischio è che la pesca italiana venga ridotta a ricordo museale, mentre i nostri mercati e ristoranti continueranno a riempirsi di prodotto d’importazione.
Enrico Foscarini, 7 novembre 2025
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