L’idea di introdurre una flat tax per colf e badanti, con aliquote crescenti dal 5% al 15% in tre anni, nasce con un obiettivo dichiarato: ridurre un’evasione Irpef che ha ormai superato il mezzo miliardo di euro. La proposta, sostenuta da Massimo Garavaglia, presidente leghista della commissione Finanze del Senato che ha presentato un emendamento ad hoc al dl Fiscale, punta a trasformare i committenti in sostituti d’imposta, affidando loro il compito di trattenere e versare le imposte, proprio come avviene nel lavoro dipendente tradizionale.
Il via libera dell’Agenzia delle Entrate, attraverso il suo direttore Vincenzo Carbone, è arrivato con una condizione chiara: il sistema dovrà essere semplice e senza nuovi aggravi burocratici. “La figura del sostituto d’imposta storicamente nasce proprio per garantire entrate certe allo Stato nel momento in cui si pagano i compensi”, ha spiegato, indicando la direzione della riforma.
Dove nasce davvero il problema
Oggi il sistema distingue tra contributi e tasse. I primi vengono versati con regolarità all’Inps dai datori di lavoro, mentre l’Irpef resta in capo a colf e badanti, che devono autoliquidarla. Ed è proprio qui che si crea la frattura: i contributi arrivano, le imposte molto meno (mancherebbe almeno mezzo miliardo di euro).
Questo squilibrio non è solo un problema fiscale, ma anche un segnale di come il sistema attuale sia strutturalmente inefficiente. Quando il pagamento delle tasse dipende interamente dal lavoratore, soprattutto in un settore frammentato e informale, il risultato è prevedibile.
Semplificazione o trasferimento di oneri?
La riforma punta a correggere questo meccanismo, ma lo fa spostando il peso. Con il nuovo modello, il datore di lavoro domestico non si limiterà più ai contributi, ma dovrà gestire anche l’Irpef. Il tutto attraverso strumenti che dovrebbero essere automatizzati, come F24 precompilati o sistemi integrati con l’Inps. A fronte della trasformazione dei committenti in sostituti d’imposta l’emendamento Garavaglia prevede una sorta di flat tax incrementale (dal 5 al 15% in tre anni).
Sulla carta è una semplificazione, nella pratica può trasformarsi in un cambio di responsabilità non neutrale. Perché se è vero che il sistema diventa più efficiente per lo Stato, è altrettanto vero che il datore di lavoro si trova a gestire una quota più ampia del rapporto fiscale.
Il nodo implicito: chi paga davvero di più
C’è poi un punto che resta sullo sfondo ma merita attenzione. La riforma mira a far emergere imponibile che oggi sfugge al fisco. Ma questo significa, inevitabilmente, che qualcuno inizierà a pagare ciò che prima non pagava.
In teoria il costo ricade sul lavoratore, che vedrà finalmente tassato il proprio reddito. In pratica, però, il mercato del lavoro domestico è fatto di equilibri molto concreti. Se il netto percepito diminuisce, è plausibile che si apra una trattativa implicita per compensare la perdita. E a quel punto il peso rischia di spostarsi, almeno in parte, sul datore di lavoro.
Non è un caso che la proposta parli di possibili “risparmi” per i datori o aumenti salariali per i lavoratori. Ma questa dinamica dipenderà da come le parti reagiranno alla nuova struttura fiscale, non da un automatismo normativo.
Tra emersione e realtà dei rapporti privati
L’obiettivo di “moralizzare il settore” è comprensibile, così come l’esigenza di recuperare gettito. Tuttavia, quando si interviene su ambiti come il lavoro domestico, caratterizzati da rapporti personali e spesso informali, ogni cambiamento fiscale ha effetti che vanno oltre la teoria.
“Perdere quest’occasione significherebbe accettare che esistano lavoratori su cui il fisco rinuncia alle proprie pretese”, ha osservato Garavaglia. Una posizione coerente sul piano dei principi, ma che apre una domanda più concreta: quanto costa davvero rendere il sistema più coerente?
Una riforma che invita a riflettere
La flat tax per colf e badanti promette più semplicità e più entrate, ma introduce anche un riequilibrio dei ruoli che non è privo di conseguenze. Quando si riduce l’evasione, si redistribuisce inevitabilmente il carico fiscale.
E nel lavoro domestico, dove il confine tra costo e retribuzione è spesso negoziato direttamente tra le parti, questo passaggio rischia di tradursi in qualcosa di molto concreto: un aumento dei costi complessivi o una ridefinizione dei compensi.
Non è una ragione per difendere l’irregolarità, ma è un elemento che merita di essere considerato senza semplificazioni. Perché ogni riforma fiscale, anche quando nasce con le migliori intenzioni, finisce sempre per incidere sugli equilibri reali più di quanto raccontino le sue premesse.
Enrico Foscarini, 15 aprile 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


