Economia

IL FATTO

Gasolio più caro della benzina. Grazie, Dea Kalì!

È l'effetto della manovra 2026 di Giorgetti: tasse ideologiche, diktat Ue e famiglie penalizzate. Ora l'Italia ha l'accisa sul diesel più alta d'Europa

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Il gasolio ha superato il prezzo della benzina alla pompa. Un sorpasso che non si vedeva dal febbraio 2023 e che oggi si materializza con numeri chiari: 1,666 euro al litro per il diesel contro 1,650 euro per la verde. Non è il frutto del mercato, né di tensioni internazionali, ma l’effetto diretto di una scelta politica contenuta nella manovra firmata dal ministro Giorgetti.

Siamo di fronte all’ennesima manifestazione della “Dea Kalì” fiscale, dalle molte braccia e dall’anima ideologica, una delle quali chiaramente comunista: colpire chi possiede qualcosa perché, per definizione, è considerato ricco. L’automobilista che ha scelto il diesel per risparmiare viene oggi punito retroattivamente, trasformato in un bersaglio fiscale da colpire senza scrupoli.

Accise allineate, tasse aumentate

La parificazione delle accise tra benzina e gasolio ha comportato una riduzione di 4,05 centesimi al litro sulla benzina e un aumento equivalente sul diesel, portando entrambe a 67,26 centesimi al litro. Una scelta giustificata dal governo come necessaria per eliminare quello che viene definito un “sussidio dannoso per l’ambiente”. Un’espressione che rivela tutta la matrice ideologica dell’intervento.

Secondo i dati elaborati da Staffetta Quotidiana, il diesel self service è oggi stabilmente più caro della benzina, mentre al servito i prezzi risultano quasi allineati, ma sempre a sfavore del gasolio. Con un’aggravante ulteriore: l’Italia ha ora l’accisa sul diesel più alta d’Europa, mentre sulla benzina scende nella classifica solo perché ha deciso di colpire ancora più duramente chi lavora, trasporta, produce.

Biocarburanti e alibi tecnici

A peggiorare il quadro si aggiunge l’aumento del costo di miscelazione dei biocarburanti, cresciuto tra 1,5 e 2 centesimi al litro per effetto dell’innalzamento della quota obbligatoria. Un rincaro che avrebbe potuto essere compensato dal calo delle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati, scese nello stesso periodo di un valore analogo, ma che non si è tradotto in alcun beneficio per il consumatore finale.

Il risultato è un prezzo alla pompa drogato dalla fiscalità, non dal mercato. Un’imposta nascosta che colpisce famiglie, pendolari, autotrasportatori e intere filiere produttive.

Il doppio peccato: più tasse e sudditanza europea

La responsabilità è doppia. Da un lato il governo ha scelto consapevolmente di aumentare la pressione fiscale, dall’altro si è piegato senza fiatare ai diktat di Bruxelles, che impongono una tassazione crescente su tutto ciò che produce emissioni. Il diesel diventa così il capro espiatorio perfetto di una visione punitiva e dirigista dell’economia.

Come se non bastasse, questa stangata arriva in un momento in cui il costo dei trasporti incide già pesantemente sull’inflazione reale, quella che colpisce il carrello della spesa e i bilanci familiari.

Una perversione da stroncare

Questa non è transizione ecologica, è ingegneria fiscale ideologica. Chi aveva comprato un’auto diesel lo aveva fatto per risparmiare sul carburante, non per essere rieducato dallo Stato. Continuare su questa strada significa alimentare sfiducia, impoverimento e rabbia sociale.

Stroncare questa perversione è un dovere politico e culturale: meno tasse, meno ideologia, più libertà di scelta. Il resto è solo accanimento fiscale mascherato da virtù ambientale.

Enrico Foscarini, 5 gennaio 2026

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