
A Bruxelles si consuma uno dei passaggi più delicati della politica ambientale europea che si è sostanziata nel Green Deal. Al Consiglio Ambiente straordinario, i ministri dei Ventisette cercano un compromesso sul nuovo target climatico: ridurre le emissioni del 90% entro il 2040. Una soglia che, per molti Paesi, rischia di trasformarsi in un cappio per la competitività industriale europea, già messa a dura prova dal caro energia e dalla concorrenza di Stati Uniti e Cina.
Italia e Francia in trincea: “Serve flessibilità”
L’Italia guida il fronte del realismo. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha spiegato che, “pur riconoscendo i passi in avanti, non siamo ancora arrivati al punto di equilibrio necessario”. Per Roma, “l’attuale proposta sui crediti internazionali al 3% è largamente insufficiente”: la richiesta è di aumentare la quota al 5% e anticipare il meccanismo al 2031, così da permettere alle imprese di respirare e investire in tecnologie sostenibili senza mettere a rischio la produzione.
Pichetto ha aggiunto che è “fondamentale includere un riferimento ai biofuel sostenibili nel trasporto”, considerati una via europea alla decarbonizzazione, capace di coniugare ambiente e filiere industriali.
Anche la Francia sostiene questa linea pragmatica. La ministra per il Clima Monique Barbut ha dichiarato che Parigi “difenderà il 5% di contributi dei crediti internazionali, perché rappresenta già una posizione di compromesso, vista la richiesta di altri Paesi di salire al 10%”.
L’Est Europa chiede realismo
La Polonia, che condivide le preoccupazioni di Roma sul Green Deal, ha evidenziato la necessità di tutelare i propri settori strategici. Il ministro Krzysztof Bolesta ha sottolineato che “il testo riflette alcune delle nostre richieste, come la clausola di revisione e la protezione della difesa”, aggiungendo che Varsavia “vuole un accordo buono per il clima e per l’economia”.
Anche l’Ungheria ha insistito sulla necessità di anticipare l’uso dei crediti internazionali di carbonio. La segretaria di Stato Anikó Raisz ha spiegato che “tutto ciò che aiuta l’Unione e gli Stati membri a raggiungere l’obiettivo del 90% deve essere preso in considerazione”, invitando la Commissione a evitare scelte punitive verso chi produce e lavora.
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Germania e Spagna ferme su posizioni ideologiche
Dalla parte della rigidità resta la Germania, che continua a sostenere la proposta iniziale della Commissione Ue, con il taglio del 90% e solo il 3% di crediti di carbonio esterni. Il ministro Carsten Schneider ha ribadito che Berlino “entra nei negoziati con questa impostazione”, respingendo le richieste di maggiore flessibilità.
Anche la Spagna, con la ministra Sara Aagesen, considera il 90% una “linea rossa”. Una posizione che molti Stati giudicano ideologica e lontana dalle necessità produttive del continente. Mentre l’industria europea perde competitività, la pressione normativa rischia di diventare insostenibile per manifattura e piccole imprese.
Verso la Cop30
Con la Cop30 di Belem ormai alle porte, la presidenza danese si dice ottimista sulla possibilità di un accordo. “Tutti gli ingredienti sono sul tavolo”, assicurano da Copenaghen. Ma tra chi vuole correre e chi chiede di non distruggere la propria base industriale, l’Europa resta spaccata.
Il nuovo Green Deal 2040 sarà un test decisivo: capire se l’Ue sceglierà la strada del pragmatismo o continuerà a inseguire obiettivi che rischiano di mettere in ginocchio il suo sistema produttivo.
Enrico Foscarini, 4 novembre 2025
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