L’Italia sta attraversando una trasformazione senza precedenti nel settore della Difesa, spinta da un contesto internazionale radicalmente mutato e da una pressione crescente sugli alleati europei affinché si rendano più autonomi nella protezione dei propri territori. Per anni la sicurezza nazionale è stata garantita dal tradizionale ombrello statunitense, ma oggi il quadro è cambiato. Lo ha ammesso senza giri di parole il ministro Guido Crosetto, quando ha ricordato che gli Stati Uniti considerano l’Europa sempre meno strategica e che per Washington «la sicurezza non è più automatica».
Questo scenario rende centrale una domanda: quanto intende spendere l’Italia per la Difesa e qual è il reale orientamento del governo? La risposta richiede di osservare tre elementi chiave: il nuovo “Dome” nazionale, la riforma dello strumento militare e lo spostamento geopolitico provocato dalla dottrina Trump.
Il Dome nazionale: 4,4 miliardi l’anno per uno scudo mai avuto
La novità più rilevante riguarda il cosiddetto Dome nazionale, una struttura di difesa multilivello che integra capacità spaziali, missilistiche e antidrone. Crosetto lo definisce «una difesa che non abbiamo mai avuto e non più rinunciabile», chiarendo che richiederà 4,4 miliardi di euro l’anno di investimenti.
Lo scudo italiano includerà sistemi spaziali di allerta precoce, radar avanzati, il futuro caccia di sesta generazione GCAP, le batterie SAMP/T di nuova generazione e tecnologie anti-drone. È una risposta diretta alle lezioni arrivate da Israele e dall’Ucraina, dove – come ha ricordato il ministro – il conflitto è ormai «una war of drones» in cui sciami e mini-droni cambiano la natura della minaccia.
L’obiettivo non è solo militare, ma industriale. Colossi come Leonardo e Fincantieri diventano nodi essenziali di una strategia che mira a rafforzare la capacità produttiva nazionale ed evitare dipendenze esterne. Le eccellenze del comparto sono chiamate a sostenere programmi pluriennali che garantiranno continuità tecnologica e competitività internazionale.
Quanto spenderemo davvero: verso il 2% del Pil e oltre
Secondo i dati ufficiali più recenti, l’Italia ha investito circa l’1,49% del Pil in Difesa, meno della media Nato. Il governo vuole colmare rapidamente il divario e punta a raggiungere almeno il 2% entro il 2027/28, adeguando i criteri di contabilizzazione e accelerando nuovi investimenti.
Il Documento Programmatico di Finanza Pubblica prevede aumenti progressivi, mentre la Nato – con il nuovo impegno del 2025 – chiede agli alleati di arrivare fino al 5% del PIL entro il 2035, con una soglia minima del 3,5% dedicata ai programmi core.
Il bilancio complessivo della Difesa italiana arriverà a circa 35 miliardi nel 2026, con un record storico negli investimenti in armamenti. È un percorso oneroso, che però il governo presenta come condizione necessaria per difendere interessi nazionali, continuità industriale e credibilità internazionale.
La riforma delle Forze Armate
Crosetto ha annunciato che all’inizio del 2026 proporrà al Parlamento una revisione radicale della Legge 244, giudicata «da buttare via» perché nata in un altro scenario strategico.
L’idea è creare uno strumento militare più agile, numeroso e tecnologico, capace di integrare profili civili altamente specializzati tramite una riserva selezionata e una leva volontaria pensata come bacino di riservisti. Il ministro spiega che servono «strumenti che mi consentano di avere le risorse necessarie» e che il Paese necessita di forze armate più grandi e più qualificate.
L’aumento delle missioni all’estero, il crescente bisogno di cyber-difesa e la gestione del Dome rendono inevitabile il rafforzamento degli organici.
Il fattore Trump
Parallelamente, la politica americana contribuisce a spingere l’Italia verso un salto di qualità. Donald Trump ha chiarito che in una competizione globale dominata dalla Cina «l’Ue serve poco o nulla», accusando l’Europa di essere «piccola, lenta e vecchia».
Crosetto interpreta questa posizione come un segnale inequivocabile: il disimpegno americano è un fatto, non un rischio. La premier Giorgia Meloni, pur minimizzando possibili incrinature con Washington, ha riconosciuto che l’Europa «deve essere capace di difendersi da sola» e che «la difesa ha un costo economico e produce una libertà politica».
Il messaggio per Roma è chiaro. Per restare credibile agli occhi degli Stati Uniti e allo stesso tempo rafforzare la postura europea, l’Italia deve investire stabilmente di più nella propria sicurezza. Non a caso, come rivelato dal Corriere della Sera, negli ultimi due anni sono state acquistate otto forniture di armi dal Dipartimento Usa della Difesa per un totale di circa 2,3 miliardi di euro (ultima delle quali rappresentata da 300 milioni di missili aria-superficie a lunga distanza da montare sugli F-35)
Una scelta obbligata
Alla luce dei nuovi scenari globali, l’Italia vive un passaggio che non riguarda soltanto l’aumento della spesa, ma la ridefinizione dell’intera architettura di sicurezza nazionale. Il Dome, la riforma delle Forze Armate, l’allineamento agli standard NATO e la necessità di sostenere un’industria della difesa che rappresenta un’eccellenza internazionale compongono un’unica traiettoria.
La politica, ora, deve trovare il modo di spiegare ai cittadini che questa trasformazione non è frutto di volontà politica contingente, ma della fine della cosiddetta “sicurezza gratuita” e dell’ingresso in un mondo più instabile, in cui proteggere il Paese richiede investimenti strutturali e una visione di lungo periodo.
Enrico Foscarini, 6 dicembre 2025
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