Economia

EUROTOWER ROVENTE

Lagarde è come il marchese del Grillo

Compenso extra da 140mila euro, regole aggirate e malumori interni: proprio mentre si apre la corsa alla successione alla Bce

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Con le indiscrezioni che la danno già proiettata verso l’Eliseo o verso un possibile dopo Ursula von der Leyen alla Commissione europea, il clima attorno alla presidenza della Banca centrale europea si fa sempre più teso. Il mandato di Christine Lagarde scade formalmente nel 2027, ma i rumors di dimissioni anticipate nel 2026 stanno già trasformando il finale di corsa in una resa dei conti interna.

L’ultimo fronte di polemica riguarda i 140mila euro percepiti per il ruolo nel consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali, incarico che deriva direttamente dalla sua posizione alla Bce. La stessa Lagarde ha confermato il compenso in una risposta scritta agli eurodeputati Fabio De Masi e Dick Erixon, dopo che le lamentele interne erano emerse sulla stampa internazionale, in particolare sul Financial Times.

Ed è qui che la vicenda assume contorni quasi caricaturali: mentre ai dipendenti dell’Eurotower è vietato ricevere compensi da terzi, alla presidente quella stessa regola non si applicherebbe. In un forum interno dell’istituzione si legge chiaramente che “le norme interne della Banca centrale vietano al personale di ricevere retribuzioni da terze parti”, e che eventuali pagamenti “devono essere effettuati alla Bce”. Tuttavia, la risposta ufficiale è stata che il divieto non riguarda Lagarde perché “non fa parte del personale” e quindi “non è coperta dalle norme sullo staff”.

Stipendi record e doppio standard

Il paradosso è evidente: nel 2024 Lagarde ha percepito dalla Bce uno stipendio base di 466mila euro più 135mila euro di benefit, per una retribuzione complessiva stimata di circa 741mila euro, che la rende il funzionario europeo meglio pagato. A questo si aggiungono i 140mila euro della Bri, giustificati dall’istituzione con il fatto che il ruolo comporta “responsabilità di governance e relativi rischi legali” e che quindi “il presidente riceve un compenso versato dalla Bri”.

Formalmente tutto regolare, sostanzialmente molto meno. Perché il punto non è la legittimità burocratica, ma il messaggio politico devastante: le regole valgono rigidamente per la struttura, ma diventano elastiche quando riguardano il vertice. Un atteggiamento che ricorda più il marchese del Grillo che la guida di una banca centrale che pretende disciplina e credibilità dai governi europei.

Va detto che Lagarde non sarebbe la prima a incassare quel compenso: secondo quanto riportato dal quotidiano britannico lo avrebbero fatto anche i suoi predecessori Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, che però si sono rifiutati di commentare. Ma il fatto che una prassi esista non la rende automaticamente opportuna, soprattutto in un contesto di crescente tensione interna.

Malumori profondi

Le critiche del personale, infatti, non riguardano solo il compenso aggiuntivo ma riflettono un disagio molto più ampio sulla gestione dell’istituzione. La scorsa estate il comitato del personale della banca ha accusato la dirigenza di gestire una “fortezza non democratica”, denunciando problemi strutturali che vanno dal favoritismo ai tassi elevati di burnout, fino alla vulnerabilità dei dipendenti con contratti a tempo determinato.

Il caso dei 140mila euro diventa così il simbolo di una distanza crescente tra vertice e struttura. Mentre la Bce chiede rigore ai Paesi membri e impone disciplina monetaria all’Eurozona, al proprio interno emergono dinamiche che raccontano tutt’altro: privilegi al comando e regole inflessibili per tutti gli altri.

Ed è probabilmente questo il vero nodo politico che accompagna la fase finale della presidenza Lagarde. Non tanto la legittimità di un compenso, ma la credibilità di chi guida una delle istituzioni più potenti d’Europa. Quando questa credibilità si incrina dall’interno, anche il futuro personale della presidente — che sia a Parigi o a Bruxelles — diventa inevitabilmente più incerto.

Enrico Foscarini, 24 febbraio 2026

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