Economia

Lo Stato assistenziale e il paradosso della povertà

Rassegna stapa

Economia

I numeri contraddicono una delle narrazioni più care ai Cinquestelle, l’abolizione della povertà. Come ha analizzato Lorenzo Palma in questo stesso sito:

“Nel 2021, sono in condizione di «povertà assoluta» poco più di 1,9 milioni di famiglie (7,5% del totale da 7,7% nel 2020) e circa 5,6 milioni di individui (9,4% come l’anno precedente). A indicarlo è l’Istat secondo i dati usciti in questi giorni, nel sottolineare che pertanto, la povertà assoluta «conferma sostanzialmente i massimi storici toccati nel 2020, anno d’inizio della pandemia dovuta al Covid-19”.

Dati disarmanti. Eppure negli ultimi anni si sono moltiplicati gli interventi di sostegno sociale. Il reddito di cittadinanza innanzitutto: un assegno mensile superiore ai 500 euro per quasi quattro milioni di persone per una spesa annuale tra i 9 e i 10 miliardi. A questi vanno aggiunti i quasi due miliardi per il reddito di emergenza, varato per contrastare la perdita di salario per la pandemia.

E i cinque miliardi per le famiglie finanziati dalla Gestione interventi assistenziali dell’Inps (come spesa pubblica). Poi è arrivato quest’anno l’assegno unico universale per i figli, riservato alle famiglie entro un determinato limite di reddito, e che di fatto  aumenterà di circa 7 miliardi la spesa assistenziale.

Il trend degli interventi sociali è in continua crescita da anni. “Nel 2008 – spiega Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali – la spesa per assistenza a carico della fiscalità, un modo elegante per dire che pagano solo gli onesti contribuenti, era di 73 miliardi; nel 2019, quindi prima dello scoppio della pandemia, questa spesa è lievitata a 114,27 miliardi”.

Una spesa che poi è ancora cresciuta a ritmi ancora più veloci grazie ai vari redditi di vario nome, ai bonus distribuiti a mani larghe, agli interventi per quanto possibile di Comuni e Regioni.

Se passiamo dal dato statistico all’analisi politica e sociale possiamo notare almeno tre anomalie.

La prima anomalia è che la vera povertà, misurabile dai sostegni della Caritas e dagli accessi alle mense dei frati, è sicuramente aumentata, ma continua a riguardare una fascia molto limitata di cittadini e spesso deriva più da problemi psicologico-sanitari, oltre che di relazioni sociali, che da una concreta emergenza economica.

La seconda anomalia è il fatto che all’aumento dei sostegni finanziari non è corrisposto un parallelo incremento dei controlli e delle verifiche. Gli effetti sui veri poveri sono stati quindi molto inferiori a quelli teoricamente possibili. E peraltro il collegamento tra gli interventi assistenziali e il reddito dichiarato non solo ha favorito i contribuenti disonesti, ma ha anche creato un incentivo al lavoro nero e all’evasione fiscale

La terza anomalia è il fatto che tra un sostegno e l’altro, comprese le pensioni concesse senza un legame con i contributi effettivamente versati, le persone che fruiscono di una qualche forma di assistenza pubblica sono 17,5 milioni. Possibile che ci siano ancora dei poveri, anzi ce ne siamo più di 5 milioni?

In effetti in questo caso le statistiche servono a dimostrare che i dati possono spiegare, ma anche nascondere la realtà. È così che i redditi reali sono superiori a quelli dichiarati e che gli interventi sociali si disperdono spesso verso chi non ne ha né diretto, né bisogno. E in fondo le statistiche non servono a dimostrare che la povertà non è solo un problema economico e che quindi interventi di carattere sanitario, di inclusione e di accompagnamento potrebbero avere molti più effetti positivi che una facile distribuzione di denari. Concessioni che peraltro, stando alle ultime votazioni, non servono nemmeno per conquistare consensi.

Gianfranco Fabi, 20 giugno 2022

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