Alla fine il cerchio si è chiuso nel modo più prevedibile e opaco possibile. Dopo un braccio di ferro durato oltre sei mesi e tre tentativi andati a vuoto per piazzarlo come consulente in Regione Puglia, Michele Emiliano ha trovato il suo paracadute istituzionale grazie al Consiglio superiore della magistratura. Il plenum si è spaccato con quindici voti favorevoli, sette contrari e sei astensioni, ma alla fine ha concesso il collocamento fuori ruolo all’ex governatore pugliese, destinazione Commissione parlamentare d’inchiesta del Senato sulle condizioni di lavoro. Una decisione che certifica la nascita di un unicum assoluto nel panorama giudiziario italiano, permettendo a un uomo che ha trascorso ventidue anni in aspettativa politica di continuare a non fare il magistrato, pur restando integralmente a carico delle casse dello Stato.
La delibera ha sollevato un enorme polverone proprio per la palese inconsistenza tecnica dell’incarico, che profuma di espediente per garantire una transizione morbida. Emiliano è stato chiamato a occuparsi nello specifico di caporalato nel settore agricolo, un ambito di cui lui stesso, durante l’audizione davanti alla Terza commissione del Csm, ha ammesso di non avere specifiche competenze professionali. Per giunta, a palazzo Madama esiste già una toga fuori ruolo dedicata allo stesso identico compito, la dottoressa Maria Paola Tomaselli, che possiede un profilo decisamente più strutturato sul tema del lavoro nero e dello sfruttamento. L’ex pm si ritrova così in un ufficio dove non c’è alcun reale bisogno della sua presenza, con buona pace del principio di efficienza e di utilità per l’amministrazione della giustizia.
Un superstipendio per galleggiare fino alle elezioni
Il vero fulcro della questione, che indigna chiunque creda nel rigore dei conti pubblici e nel merito, è lo stipendio che Emiliano continuerà a percepire senza dover di fatto produrre alcun valore reale. Pur essendo formalmente un consulente parlamentare, la legge italiana prevede la totale conservazione del trattamento economico complessivo per i magistrati distaccati. Avendo alle spalle un’anzianità di servizio teorica che parte dalla metà degli anni Ottanta, l’ex sindaco di Bari si colloca al vertice della scala stipendiale, con una qualifica equiparabile a un magistrato di Corte di Cassazione. Questo significa che il suo stipendio atteso si aggira tra i 140.000 e i 150.000 euro lordi all’anno, una cifra che sfiora i 7.500 euro netti al mese per quattordici mensilità, che potrebbe persino lievitare grazie alle indennità di diaria erogate dal Senato fino al tetto massimo dei 240.000 euro.
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Questa imponente remunerazione servirà a garantire all’ex governatore una confortevole navigazione a vista per i prossimi mesi, permettendogli di galleggiare nel limbo dorato delle istituzioni romane. L’obiettivo politico di questa operazione è fin troppo evidente a tutti gli osservatori ed è stato apertamente denunciato dalle minoranze laiche del Csm. Emiliano rimarrà parcheggiato al Senato il tempo necessario per scollinare indenne fino alle elezioni politiche del 2027, momento in cui il Partito Democratico provvederà a ricompensare la sua fedeltà blindando il suo nome in un seggio sicuro in Parlamento, evitando così il rischio di un definitivo pensionamento.
L’imparzialità perduta e l’imbarazzo delle toghe
Il rientro in ruolo come giudice al Tribunale di Benevento, caldeggiato da una parte del Csm come alternativa rigorosa, avrebbe aperto scenari persino peggiori sul piano dell’immagine. Come ha giustamente evidenziato il consigliere togato Andrea Mirenda durante il dibattito in plenum, l’intera vicenda è contrassegnata dall’imbarazzo di un magistrato che per oltre due decenni si è occupato attivamente di politica, travolgendo inevitabilmente la sua immagine di imparzialità, terzietà e indipendenza. Emiliano ha sposato apertamente e per anni tutte le istanze del centrosinistra, diventando un leader di partito a tutti gli effetti, e rimettergli la toga sulle spalle avrebbe rappresentato un insulto intollerabile per i cittadini che hanno il diritto di essere giudicati da un magistrato neutrale.
Lo stesso Emiliano ha implicitamente ammesso questa insostenibile contraddizione subito dopo il voto, dichiarando che non poteva ripresentarsi in aula con la toga come se non fosse successo niente e ringraziando il Csm per aver compreso la situazione. Resta il fatto che la soluzione adottata per aggirare il problema rappresenta un precedente pessimo, che scarica sui contribuenti i costi di una carriera politica giunta al capolinea. Di fronte al consiglio del collega Mirenda, che lo aveva invitato apertamente a fare un passo indietro dicendogli che c’era un modo diverso per risolvere la questione e che consisteva nell’andare in pensione, l’ex governatore ha preferito la strada del privilegio, confermando la sua totale refrattarietà ad abbandonare la mangiatoia del denaro pubblico.
Enrico Foscarini, 25 giugno 2026
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