Economia

L'ANALISI

Un governatore è per sempre

Decaro che "imbarca" Emiliano a 130mila euro l'anno non è un’anomalia, ma una strategia per non disperdere voti e potere. Ecco una piccola mappa

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La politica italiana ha una regola non scritta che attraversa schieramenti, stagioni e leadership: un ex governatore non si lascia mai davvero per strada. Non per affetto, non per nostalgia, ma per puro calcolo politico. Chi ha guidato una Regione, nel bene e nel male, ha catalizzato consenso, costruito reti, accumulato preferenze. Un patrimonio che nessun partito, specie alla vigilia di elezioni politiche, può permettersi di disperdere.

Il caso pugliese di Michele Emiliano, nominato consigliere giuridico della Presidenza regionale con un compenso di 130mila euro lordi l’anno dal nuovo governatore Antonio Decaro, è solo l’ultimo esempio di una prassi consolidata. Una decisione che arriva dopo settimane di fibrillazioni, silenzi e tensioni, e che Decaro ha spiegato parlando di lavoro comune già avviato “da settimane, su alcuni dei dossier più delicati, in totale sintonia, per il bene delle nostre comunità”.

Il punto politico, però, va ben oltre il singolo incarico.

Il “passo di lato” che non è mai un’uscita di scena

Decaro aveva chiesto a Emiliano un passo indietro, invitandolo a non ricandidarsi come consigliere regionale per garantirsi “maggiore libertà d’azione e serenità nel ruolo di presidente”. Ma quello che viene raccontato come un passo di lato non è mai una vera uscita di scena. Perché, come lo stesso Decaro ha ammesso, “il bagaglio di conoscenze e di esperienza che Michele Emiliano rappresenta per la Puglia non sarebbe andato disperso”.

E infatti non lo è stato.

Emiliano si occuperà di interpretazione delle norme nazionali ed europee con riflessi regionali, crisi industriali, politiche del lavoro, semplificazione normativa, rapporti con il Consiglio regionale e preparazione dei dossier per la Conferenza delle Regioni. Un perimetro ampio, strategico, politicamente sensibile. Con un dettaglio non secondario: l’incarico è subordinato al parere del Csm, dato che Emiliano, dopo anni di aspettativa per incarichi politici, è rientrato formalmente in magistratura ed è oggi collocato fuori ruolo.

L'”ufficio di collocamento” del Pd

C’è poi un intero capitolo di “ricollocamenti” nel centrosinistra che conferma quanto il meccanismo sia strutturale e non episodico. Stefano Bonaccini, dopo dieci anni alla guida dell’Emilia-Romagna e l’uscita di scena da viale Aldo Moro, è stato rapidamente traghettato a Bruxelles come europarlamentare e incoronato presidente del Pd, trasformando una fine mandato in una promozione politica. Nicola Zingaretti, lasciata la Regione Lazio dopo le dimissioni e un evidente logoramento interno, è stato recuperato prima come deputato e poi come figura di riferimento nell’area dem, evitando che il suo consenso romano andasse disperso.

Debora Serracchiani, uscita di scena dal Friuli-Venezia Giulia dopo la sconfitta elettorale contro Fedriga, è rientrata senza soluzione di continuità in Parlamento e nei ranghi dirigenti del partito. Vasco Errani, travolto dalle polemiche giudiziarie e costretto a lasciare la Regione Emilia-Romagna, è stato successivamente nominato commissario straordinario per la ricostruzione post-sisma del 2012, in uno dei ruoli più delicati e politicamente esposti dello Stato.

Persino figure meno mediatiche come Paolo Di Laura Frattura, ex governatore del Molise, hanno trovato approdo nei consigli di amministrazione di grandi società partecipate come Snam. Tutti percorsi diversi, ma un’unica logica: nel Pd chi ha governato un territorio non viene mai davvero archiviato, perché ogni ex presidente porta con sé pacchetti di voti, reti locali e capacità di influenza che il partito considera troppo preziose per essere lasciate libere di diventare dissenso o concorrenza.

I casi nel centrodestra

Pensare che si tratti di un vizio esclusivo del centrosinistra sarebbe però un errore. Il centrodestra ha fatto esattamente lo stesso.

In Puglia, Raffaele Fitto, dopo la sconfitta contro Vendola nel 2005, non è stato archiviato ma rilanciato: parlamentare, ministro per gli Affari regionali, eurodeputato, fino ai ruoli di primo piano attuali che però gli derivano dall’aver lasciato Forza Italia ed essere diventato una “colonna” pugliese di Fratelli d’Italia. In Sicilia, Nello Musumeci ha accettato un passo indietro per consentire l’elezione di Renato Schifani, salvo poi essere recuperato come ministro. Stessa logica, stesso schema: meglio integrare che perdere.

Perché un ex governatore non è un dirigente qualsiasi. È un moltiplicatore di voti, un riferimento territoriale, un potenziale competitor interno se lasciato libero di muoversi.

De Luca, Salerno e il corto circuito campano

La Campania offre in queste settimane un caso persino più esplicito. Vincenzo De Luca, archiviata l’esperienza decennale alla guida della Regione, punta a tornare sindaco di Salerno. Un ritorno che ha già prodotto le dimissioni dell’attuale sindaco Enzo Napoli, motivate da “mutati equilibri politici”. Nessuna crisi amministrativa, nessuna rottura in maggioranza: solo la necessità di fare spazio allo “sceriffo”.

Il Pd nazionale sperava di essersene liberato. Illusione. De Luca conserva consenso, controllo del territorio, capacità di vincere anche senza il partito, come già avvenuto in passato. Ed è per questo che, nonostante le proteste interne e le accuse di “feudalesimo”, nessuno riesce davvero a metterlo da parte. Il consenso, ancora una volta, pesa più delle linee politiche.

Il vero nodo: lo Stato come distributore di rendite

Comandare, governare, amministrare in Italia significa poter distribuire incarichi, consulenze, prebende. Significa avere leve pubbliche per assorbire, compensare, neutralizzare. I 130mila euro di Emiliano, come i ruoli ministeriali o le candidature “di recupero”, non sono un costo politico ma un investimento elettorale.

Un investimento per evitare che un ex governatore, lasciato senza collocazione, porti altrove il suo pacchetto di voti in un’epoca fluida, volatile, in cui le fedeltà di partito valgono sempre meno.

Ed è proprio questo che dovrebbe interrogare chi guarda alla politica con occhi liberali. La pervasività dello Stato continua a essere lo strumento principale attraverso cui i partiti gestiscono consenso e carriere. Finché il settore pubblico resterà così centrale, così esteso, così permeabile alla politica, il riciclo degli ex governatori non sarà un’eccezione ma una regola. Qualcosa, evidentemente, non funziona.

Enrico Foscarini, 20 gennaio 2026


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