Le pensioni anticipate diventano sempre più difficili da raggiungere. Con l’emendamento alla manovra presentato dal governo in commissione Bilancio del Senato arriva una stretta significativa sul sistema previdenziale che, a regime dal 2035, dovrebbe garantire un risparmio di circa 2 miliardi di euro. Una misura che ha colto molti di sorpresa e che incide direttamente sulle possibilità di lasciare il lavoro prima dell’età di vecchiaia, oggi fissata a 67 anni con almeno 20 anni di contributi.
L’intervento non si limita a un solo aspetto, ma agisce su più fronti, modificando le finestre di uscita, aumentando gradualmente i requisiti contributivi e ridimensionando in modo drastico l’utilizzo del riscatto della laurea, soprattutto per chi ha conseguito un titolo triennale.
Finestra più lunga per la pensione anticipata
Attualmente per la pensione anticipata servono 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, senza un limite minimo di età. Una volta maturati i requisiti, però, è necessario attendere una finestra di tre mesi prima che l’assegno inizi a essere erogato.
Il maxiemendamento interviene proprio su questo punto. Chi raggiungerà i requisiti entro il 31 dicembre 2031 continuerà ad avere una finestra di tre mesi, ma dal 2032 l’attesa si allungherà progressivamente. Tra il 2032 e il 2033 la decorrenza slitterà a quattro mesi, nel 2034 diventerà di cinque mesi e dal 1° gennaio 2035 salirà a sei mesi, rendendo di fatto più lontano l’accesso effettivo alla pensione anticipata.
Più contributi richiesti dal 2027
La stretta non riguarda solo le finestre. A partire dal 2027 aumenteranno anche gli anni di contributi necessari. Servirà un mese in più rispetto agli attuali requisiti, mentre dal 2028 l’aumento complessivo sarà di tre mesi. Per gli uomini si arriverà così a 43 anni e un mese, per le donne a 42 anni e un mese.
Dal 2029 in poi entreranno inoltre in gioco gli adeguamenti automatici alla speranza di vita, previsti dalla normativa con cadenza biennale. Un meccanismo che rischia di spostare ulteriormente in avanti l’uscita dal lavoro, soprattutto per le generazioni più giovani.
Riscatto della laurea sempre meno utile
Uno degli interventi più discussi riguarda il riscatto della laurea, che in futuro perderà gran parte della sua efficacia ai fini della pensione anticipata. La penalizzazione colpisce in particolare chi ha conseguito una laurea triennale o uno dei diplomi universitari previsti dalla legge 341 del 1990, come infermieristica, fisioterapia o tecnico radiologo.
Finora il riscatto consentiva di anticipare l’uscita dal lavoro anche di tre anni. Con le nuove regole, invece, dal 2031 inizierà una riduzione progressiva dei mesi effettivamente conteggiabili. Sei mesi in meno nel 2031, dodici nel 2032, fino ad arrivare nel 2035 a un taglio di trenta mesi. Questo significa che, a regime, su tre anni riscattati ne varranno solo sei per raggiungere prima la pensione.
Anche chi ha una laurea magistrale non sarà risparmiato, perché nel sistema 3+2 verranno riconosciuti solo due anni e mezzo. Una scelta che, secondo diversi esperti, potrebbe sollevare dubbi di costituzionalità, sia per chi ha già pagato il riscatto vedendosi cambiare le regole in corsa, sia per una possibile discriminazione nei confronti dei laureati con titoli triennali.
Clausola di salvaguardia per chi è già in uscita
Il maxiemendamento introduce comunque una clausola di salvaguardia. Restano esclusi dalla stretta i lavoratori che, alla data di entrata in vigore della legge, prevista per il 1° gennaio 2026, risultano già coinvolti in accordi collettivi di accompagnamento alla pensione. Una tutela pensata per evitare effetti retroattivi nei percorsi di uscita già definiti.
Tfr ai fondi pensione per i nuovi assunti
L’unica novità attesa riguarda la previdenza complementare. Dal 1° luglio 2026 entrerà in vigore il meccanismo del silenzio-assenso per il conferimento del Tfr ai fondi pensione, ma solo per i lavoratori del settore privato assunti per la prima volta, con l’esclusione dei lavoratori domestici.
In assenza di una scelta esplicita entro 60 giorni dall’assunzione, il Tfr confluirà automaticamente nel fondo di previdenza integrativa individuato dal contratto collettivo. Il lavoratore potrà comunque rinunciare e decidere di destinare il Tfr a un altro fondo oppure mantenerlo nel regime tradizionale. Una decisione che potrà essere modificata in seguito solo in un senso, perché chi conferisce il Tfr alla previdenza integrativa non potrà tornare indietro.
Enrico Foscarini, 17 dicembre 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


