
Nella legge di Bilancio 2026 il capitolo pensioni si è trasformato in pochi giorni nel terreno più delicato e politicamente sensibile dell’intera manovra. Il percorso è stato tutt’altro che lineare: prima un’impostazione definita “minimal”, basata su meno uscite anticipate e su interventi mirati, poi un tentativo di stretta più marcata, infine una retromarcia che ha portato a riscrivere parte delle norme nel maxiemendamento approdato in commissione Bilancio al Senato. Il risultato finale è un compromesso che conferma alcune scelte strutturali e ne accantona altre, evitando lo scontro frontale nella maggioranza.
Addio a Quota 103 e Opzione Donna dal 2026
Il punto fermo della manovra resta l’uscita dal perimetro di Quota 103 e Opzione Donna, che dal 2026 non vengono prorogate. È una scelta che segna il ritorno a un impianto più rigido, con i canali ordinari come asse portante del sistema, ovvero pensione di vecchiaia e pensione anticipata secondo le regole Fornero. In questo quadro l’Ape sociale viene invece confermata e rimane il principale canale “extra-Fornero”, accompagnata da un pacchetto di ritocchi sulle pensioni minime, condizionati da specifici paletti reddituali e anagrafici.
Questa cornice ha alimentato il racconto di una manovra orientata al contenimento della spesa nel medio-lungo periodo, con l’obiettivo di ridurre progressivamente la flessibilità in uscita dal lavoro.
La stretta tentata e poi ritirata
Nel corso del lavoro parlamentare era però entrato un pacchetto di misure pensato per generare risparmi più incisivi nel tempo. Da un lato, una revisione del riscatto della laurea, con la riduzione progressiva del suo “peso” ai fini della maturazione del diritto alla pensione anticipata per chi avrebbe raggiunto i requisiti dal 2031 in poi. Una norma letta da molti come penalizzante per chi aveva investito anni e risorse nel percorso universitario confidando in regole stabili. Dall’altro lato, l’allungamento delle finestre mobili, con tempi di decorrenza dell’assegno destinati a passare gradualmente da tre a sei mesi.
Su questo terreno si è consumato lo scontro politico più acceso. La Lega ha alzato il livello dello stop e il dossier pensioni è diventato il simbolo delle tensioni interne alla maggioranza, fino a quando nel maxiemendamento finale le misure più contestate sono state cancellate. È stata una vera e propria correzione politica che ha disinnescato la parte più esplosiva del pacchetto previdenziale.
Meno flessibilità, più secondo pilastro
Archiviata la stretta sulle pensioni anticipate, il maxiemendamento rilancia però un altro blocco di interventi coerente con l’impianto del governo. L’idea di fondo è chiara: meno flessibilità in uscita e più spazio alla previdenza complementare. Viene così eliminata la norma che, dal 2025, avrebbe consentito a chi è interamente nel contributivo e richiede la pensione anticipata di vecchiaia di sommare il valore di una o più rendite di previdenza complementare al solo fine di raggiungere la soglia minima d’importo mensile. Un segnale che va nella direzione di tenere separati primo e secondo pilastro.
Adesione automatica ai fondi pensione per i neoassunti
La novità più strutturale riguarda i neoassunti del settore privato, con esclusione dei lavoratori domestici. Dal 2026 è previsto un meccanismo di adesione automatica alla previdenza complementare, con la devoluzione del Tfr al fondo individuato dai contratti o dagli accordi collettivi. In assenza di una scelta esplicita, il Tfr confluirà nella forma “residuale” prevista dalla normativa. È una scelta che punta ad ampliare la platea degli iscritti ai fondi pensione, rafforzando il secondo pilastro come risposta alla riduzione fisiologica degli assegni futuri nel sistema contributivo.
Tfr e Fondo Inps: cambia il perimetro
Accanto alla spinta sui fondi pensione, la manovra interviene anche sul Tfr, ampliando il numero di imprese obbligate al versamento al Fondo Inps. Si tratta di un aggiustamento tecnico ma significativo, che incide sui flussi finanziari e sul rapporto tra aziende, lavoratori e sistema pubblico.
Un equilibrio politico ancora fragile
Il capitolo pensioni della legge di Bilancio 2026 si chiude quindi con un equilibrio fragile ma politicamente sostenibile. Le misure più divisive sono state accantonate, mentre restano scelte di fondo che ridisegnano il sistema nel medio periodo. Come ha spiegato più di un esponente della maggioranza, l’obiettivo è “garantire sostenibilità senza strappi sociali”, rinviando a scelte future eventuali riforme più profonde. Una partita che, con ogni probabilità, tornerà presto al centro del dibattito.
Enrico Foscarini, 22 dicembre 2025
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