Economia
L'ANALISI

L’Unione europea sceglie il suicidio industriale

ETS e Cbam stanno soffocando la manifattura: l'UE sceglie il dogmatismo ecofondamentalista, penalizzando imprese e famiglie europee

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L’Unione Europea ha intrapreso una marcia trionfale verso il proprio ridimensionamento economico. Nel nome dell’intransigenza ecofondamentalista e di una pianificazione verde che ricorda i peggiori fallimenti dell’interventismo statale, le istituzioni di Bruxelles continuano a somministrare pillole di veleno alla manifattura continentale.

Il combinato disposto tra la riforma del sistema di scambio delle quote di emissione (ETS) e il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam) si sta rivelando per ciò che è realmente: un dazio autoimposto che massacra la competitività delle aziende europee senza produrre alcun beneficio reale per la decarbonizzazione globale.

Un modello insostenibile

Mentre i principali giganti economici mondiali – Stati Uniti, Cina e India – perseguono politiche pragmatiche volte a garantire energia a basso costo e sovranità industriale, l’Europa sceglie deliberatamente la via del suicidio assistito.

I numeri parlano chiaro e la traiettoria è devastante: la presunzione di poter dirigere il mercato e punire la produzione manifatturiera sta provocando la delocalizzazione degli investimenti, la distruzione dei posti di lavoro e il graduale impoverimento del ceto medio.

Le manipolazioni dell’ETS e il mercato artificiale

L’ETS nasceva con l’ambizione ideologica di creare un mercato artificiale delle emissioni. Oggi, la sua estensione e le continue manipolazioni burocratiche ne mostrano il volto repressivo.

Nel dibattito sulla revisione della Riserva di stabilità del mercato (MSR), il Parlamento europeo ha appena votato a favore di un’impostazione restrittiva. Anziché azzerare il meccanismo di invalidazione delle quote – una misura di buonsenso avanzata dalla Commissione per stabilizzare il mercato e concedere ossigeno alle aziende -, la plenaria di Strasburgo ha approvato una soluzione di compromesso guidata dal relatore Pierfrancesco Maran (S&D) che fissa l’innalzamento della soglia di cancellazione a 650 milioni di quote a partire dal 1° febbraio 2027.

Rilievi ideologici contro le ragioni della produzione

Distruggere permessi di emissione per contrarre artificialmente l’offerta non fa che far schizzare alle stelle i costi produttivi. “Il voto odierno raggiunge il giusto equilibrio tra ambizione climatica e competitività industriale”, ha sostenuto il relatore Pierfrancesco Maran, aggiungendo che “l’innalzamento della soglia di cancellazione e la definizione di una data chiara per l’entrata in vigore conferiscono alla riserva la necessaria flessibilità, salvaguardando al contempo il sistema ETS dell’Ue”.

Ma la realtà raccontata dal mondo produttivo è diametralmente opposta: si tratta di un ennesimo balzello che soffoca chi produce.

L’incubo ETS 2 sulle spalle di famiglie e imprese

A questo quadro drammatico si aggiunge l’ombra minacciosa dell’ETS 2, il sistema volto ad estendere la tassazione della CO2 ai trasporti su strada e al riscaldamento degli edifici. Un vero e proprio salasso a danno delle famiglie e delle piccole imprese.

Le opposizioni di centrodestra si sono schierate per la cancellazione o il rinvio al 2030. Gli emendamenti presentati dal gruppo dei Patrioti a prima firma Jana Nagyova ricordano giustamente come “tale sistema rischia di aumentare il costo della vita in tutta l’Unione, in particolare per i gruppi vulnerabili” e che “in una fase in cui molti cittadini dell’Unione si trovano già ad affrontare un’inflazione persistente, prezzi elevati dell’energia e incertezza economica, l’introduzione dell’ETS 2 rischia di aggravare ulteriormente le disuguaglianze sociali”.

La posizione dei Conservatori europei

Sulla stessa linea gli emendamenti ECR a prima firma Anna Zalewska, i quali evidenziano che “occorre prestare particolare attenzione alle conseguenze sociali e finanziarie dell’estensione dell’ETS Ue per le famiglie, in particolare quelle a basso reddito e vulnerabili, nonché per gli utenti dei trasporti”.

Nonostante i goffi tentativi di contenimento, come quello del relatore Peter Liese (PPE) di spalmare i tagli al fattore di riduzione lineare nei primi anni del prossimo decennio, il vizio di fondo resta: la burocrazia europea continua a pretendere di pianificare la neutralità climatica al 2045 imponendo costi insostenibili a settori chiave come la manifattura, la gestione dei rifiuti e la logistica marittima.

Cbam: lo strumento protezionistico che danneggia l’Ue

Se l’ETS penalizza chi produce in Europa, il Cbam (il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere) si sta trasformando nel suo perfetto e letale complemento. Concepito teoricamente per prevenire la delocalizzazione delle emissioni (carbon leakage), lo strumento si sta dimostrando una trappola protezionistica e burocratica che produce effetti opposti a quelli sperati.

La stretta approvata dal Parlamento europeo ha ulteriormente esteso il Cbam dai prodotti primari ai prodotti finiti a valle in acciaio e alluminio, fino ad includere articoli di uso quotidiano e per la casa.

Bocciata la clausola di salvaguardia: l’allarme delle imprese

Cosa ancora più grave, l’Eurocamera ha respinto la clausola di salvaguardia proposta dalla Commissione che avrebbe consentito la sospensione del meccanismo in caso di shock dei prezzi. Questa scelta ha scatenato la durissima reazione delle organizzazioni imprenditoriali e di categoria, da Coldiretti e Confagricoltura fino a FederlegnoArredo.

Escludere dalla salvaguardia materie prime fondamentali come l’urea rischia infatti di mettere in ginocchio la catena agroalimentare e la filiera del mobile.

La denuncia di Forza Italia: un dazio autoimposto

L’ipocrisia del meccanismo è stata denunciata con chiarezza da Maurizio Casasco, deputato e responsabile economia di Forza Italia, che ha rilevato come “la protesta della manifattura europea contro l’attuale impostazione del Cbam porta alla luce un problema che Forza Italia denuncia da tempo: le nostre imprese sono costrette a competere in un mercato globale profondamente asimmetrico”.

Casasco ha evidenziato che “Stati Uniti, Cina e India non sottopongono i propri sistemi produttivi agli stessi vincoli ambientali e ai medesimi costi legati alla Co2 che gravano sull’industria europea. L’Europa ha invece costruito un sistema che si sta traducendo in un vero e proprio dazio autoimposto sulla propria manifattura dalla tassa Ets al Cbam”. Il Cbam, ha concluso il parlamentare, “se grava sulle materie prime senza estendere un’adeguata tutela ai prodotti finiti importati, rischia di produrre un paradosso: penalizzare le imprese europee anziché proteggerle. È grave che si debba attendere gennaio 2028 per la possibile estensione del Cbam ai prodotti finiti importati. È tempo perso e soprattutto competitività persa ora che non si recupera più”.

L’arroganza della Commissione

L’arroganza dirigista dell’Ue emerge nitida anche dalle parole del Commissario europeo per l’Ambiente, Wopke Hoekstra, il quale in audizione alla commissione Envi ha difeso a spada tratta l’impianto, attaccando persino le imprese: “Sono fermamente convinto che lo strumento Ets 2 sia uno dei migliori strumenti che abbiamo sviluppato in termini di definizione delle politiche: si basa sul mercato, ha un approccio olistico, coinvolge una vasta gamma di settori ed è, in larga misura, prevedibile”.

Hoekstra ha poi puntato il dito contro “la mancanza di reciprocità” e contro le aziende che utilizzano la vendita delle quote gratuite per “investire all’estero”, bollandola come “una situazione che non possiamo più permetterci di tollerare”, rimproverando inoltre gli Stati membri di destinare i proventi a finalità diverse dalla decarbonizzazione.

La risposta di Fdi

A queste tesi ha risposto puntualmente il co-presidente di ECR e capo delegazione di Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini, definendo la relazione del commissario Hoekstra “sul piano logico, produttivo e ambientale, un disastro”.

Procaccini ha sottolineato come “si attribuiscono le difficoltà del sistema alle imprese che avrebbero venduto quote gratuite alla Cina e agli Stati membri che hanno utilizzato i proventi Ets per sostenere famiglie e imprese contro il caro-bollette, senza considerare che lo stesso sistema contribuisce in modo significativo alla formazione del prezzo energetico”.

Gli effetti distorti sulle politiche energetiche

Inoltre, ha proseguito Procaccini, “la soluzione proposta sembra essere quella di impedire gli aiuti ai cittadini e destinare gli introiti Ets all’acquisto di materie prime e infrastrutture energetiche dalla Cina. Anche sull’Ets marittimo, ‘colpire’ i porti africani del Mediterraneo per bilanciare lo svantaggio competitivo con i porti europei rischia di essere una misura ‘lose lose’ che contraddice gli obiettivi del Piano Mattei”.

I fatti dimostrano come l’ossessione regolatoria stia disgregando persino le iniziative strategiche volte a rafforzare la cooperazione internazionale e la sicurezza degli approvvigionamenti.

L’esplosione dei prezzi energetici

La follia ideologica delle politiche verdi europee si scontra impietosamente con i dati macroeconomici. Mentre la burocrazia di Bruxelles festeggia ogni nuovo vincolo normativo, il divario di competitività tra l’Europa e il resto del mondo si allarga in modo drammatico.

Durante una conferenza stampa a Strasburgo, il co-presidente del gruppo ECR Patryk Jaki ha tracciato un quadro sconfortante e inconfutabile dei costi energetici: “Nel 2019, quando von der Leyen è entrata in carica, i prezzi dell’energia nell’Ue erano del 50% più alti rispetto a quelli degli Stati Uniti e del 20% rispetto a quelli della Cina. Nel 2025, i prezzi dell’energia nell’Ue sono stati superiori di oltre il 100% rispetto a quelli degli Stati Uniti e del 50% rispetto a quelli della Cina. Perché? A causa del Green Deal e dell’Ets. Abbiamo le nostre fonti energetiche a basso costo, ma a causa di tutta questa ideologia verde non vogliamo utilizzare fonti come il nucleare o il carbone, e questo è il risultato ottenuto dalla sinistra e da von der Leyen. Il Green Deal e l’Ets stanno uccidendo il nostro futuro”.

Il nodo incompiuto delle materie prime critiche

Gli ha fatto eco Nicola Procaccini, rimarcando il vicolo cieco in cui si è cacciata l’Unione: “C’è un grave errore: la carenza di materie prime critiche. Non stiamo affrontando nel modo giusto la carenza europea di materie prime critiche. Eppure, le materie prime critiche non sono ancora considerate una priorità strategica fondamentale. Questo è inaccettabile, è stupido”.

Mentre persino il Consiglio dell’UE prova disperatamente a metterci una pezza — concordando un aumento temporaneo delle quote gratuite per un valore stimato di 6 miliardi di euro al fine di proteggere i settori ad alta intensità energetica dal rischio imminente di delocalizzazione —, la linea prevalente a Strasburgo resta quella del rigore pauperista.

Verso il baratro

L’Europa si sta volontariamente trasformando in un museo industriale, un deserto economico guidato da pianificatori centrali disconnessi dalla realtà produttiva.

Continuare a punire il capitale, la produzione e la libertà d’impresa con gabelle punitive come ETS e Cbam non salverà il pianeta: trasferirà semplicemente la produzione, le ricchezze e i posti di lavoro in Paesi che inquinano di più e si curano molto meno dei diritti dei propri lavoratori. Se l’Unione Europea non riscoprirà immediatamente i principi del libero mercato, della neutralità tecnologica e della concorrenza reale, l’harakiri industriale non sarà più una minaccia, ma un dato di fatto consumato.

Enrico Foscarini, 16 settembre 2026

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