Ogni volta che in Sicilia una frana porta con sé case, rabbia e immagini drammatiche, si ripete lo stesso riflesso pavloviano: “Altro che Ponte sullo Stretto, pensiamo prima al dissesto idrogeologico”. È esattamente questa la tesi che Nicola Porro ha smontato ieri nella sua diretta, parlando della frana di Niscemi e del cortocircuito culturale che accompagna ogni tragedia annunciata.
Il punto, come ha detto Porro senza giri di parole, è che non esiste alcun nesso causale tra il Ponte e le frane, mentre esiste un nesso chiarissimo tra dissesto, abusivismo e incapacità amministrativa. E i numeri lo dimostrano.
Il Ponte sullo Stretto non è un capriccio
Il Ponte sullo Stretto di Messina non è un’infrastruttura locale, ma un tassello centrale del corridoio TEN-T Scandinavo–Mediterraneo. Con una campata centrale di 3.330 metri, torri alte 400 metri e un impianto misto stradale e ferroviario, si tratta dell’opera sospesa più avanzata al mondo dal punto di vista ingegneristico.
Il costo complessivo dell’opera è pari a 13,53 miliardi di euro, con una copertura già definita: 6,96 miliardi dal bilancio dello Stato, 4,6 miliardi dai Fondi Sviluppo e Coesione nazionali, 1,6 miliardi dai FSC di Sicilia e Calabria e 370 milioni di aumento di capitale di Stretto di Messina Spa. Non sono fondi sottratti alla messa in sicurezza del territorio, ma risorse vincolate per investimenti strutturali.
L’analisi costi-benefici certifica un Valore Attuale Netto positivo di 1,8 miliardi, con un rapporto benefici/costi pari a 1,2. In termini semplici: ogni euro investito ne restituisce più di uno alla collettività.
Crescita, occupazione e benefici reali
Durante i circa 7–8 anni di cantiere, il Ponte genererà un impatto complessivo sul Pil nazionale di 23,1 miliardi di euro, con ricadute industriali diffuse ben oltre Sicilia e Calabria. Le filiere produttive coinvolgeranno Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Lazio, sfatando il mito dell’opera “meridionale”.
I posti di lavoro stimati sono 36.700 diretti, che diventano fino a 120.000 considerando l’indotto, con un gettito fiscale aggiuntivo per lo Stato pari a 10,3 miliardi di euro. A regime, il Ponte permetterà un risparmio annuo di 7.759 milioni di minuti nei trasporti di persone e merci e una riduzione dei costi logistici di 270 milioni di euro all’anno.
Anche sul piano ambientale i dati smentiscono la retorica catastrofista: la riduzione dei traghetti e il potenziamento del trasporto ferroviario consentiranno un taglio di 2,58 milioni di tonnellate di CO₂, con benefici sanitari stimati in 212 milioni di euro.
Dissesto idrogeologico: i soldi vengono sprecati
Chi contrappone il Ponte alla sicurezza del territorio ignora un dato fondamentale: la Sicilia è già la regione che ha ricevuto più fondi contro il dissesto idrogeologico. In vent’anni, su 7 miliardi di euro stanziati a livello nazionale, 789 milioni sono finiti in Sicilia, per 542 interventi finanziati.
Il problema non è la mancanza di risorse, ma l’incapacità di spenderle. La Corte dei Conti ha certificato che negli ultimi 25 anni la gestione del dissesto e della crisi idrica in Sicilia è peggiorata, con dighe incompiute da decenni, invasi utilizzati solo al 67% della capacità, collaudi mancanti e fondi Pnrr spesi solo per un terzo. Dei 115,8 milioni Pnrr destinati alla Sicilia, nemmeno un euro è stato utilizzato per Niscemi.
Niscemi, una frana annunciata
La frana di Niscemi ha coinvolto un fronte di 4 chilometri, costringendo all’evacuazione 1.500 persone. Ma come ha ricordato Porro, i terreni franosi non diventano tali col tempo: lo sono all’origine. Niscemi sorge su un altopiano sabbioso e argilloso, dove si costruisce “da secoli” su un costone instabile.
Molte abitazioni sorgono in aree classificate a rischio molto elevato (R4) già dal 2007, con divieto assoluto di edificazione. Eppure si è continuato a costruire, a sanare, a rinviare demolizioni, con una percentuale di abbattimenti eseguiti in Sicilia ferma a circa il 3% tra il 2004 e il 2022. Questo significa che oltre il 96% delle case abusive è ancora lì.
Qui non siamo davanti a un Vajont, dove lo Stato impose una diga sbagliata. Qui siamo davanti a case costruite dove non si doveva, spesso con la complicità o l’inerzia delle amministrazioni locali. Pretendere oggi che lo Stato risarcisca tutto e tutti significa, come ha detto Porro, privatizzare il vantaggio e socializzare il rischio.
Fermare il Ponte non salva una sola casa
Bloccare il Ponte per “dirottare i fondi” è uno slogan privo di senso tecnico. I fondi FSC sono vincolati per legge, e fermare l’opera significherebbe pagare penali miliardarie, bloccare cantieri già avviati per quasi 30 miliardi di euro e rinunciare a un’infrastruttura dichiarata di preminente interesse nazionale.
Anzi, il Ponte è anche un’opera di protezione civile, perché garantisce continuità territoriale in un’area ad alto rischio sismico e vulcanico, riducendo i tempi di intervento in caso di emergenze gravi.
La morale: basta piagnistei
Il dissesto idrogeologico non si combatte fermando le grandi opere, ma impedendo di costruire dove non si può, facendo rispettare le regole e spendendo bene i fondi già disponibili. Come ha detto Porro, non puoi non volere lo Stato quando costruisci e poi pretenderlo quando la frana fa quello che deve fare.
Il Ponte sullo Stretto è necessario, strategico e sostenibile. Non va sacrificato sull’altare di un’emergenza permanente che nasce non dalla natura, ma dall’irresponsabilità umana e dall’inerzia politica.
Enrico Foscarini, 31 gennaio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


