Economia
LA PROVOCAZIONE

Pressione fiscale al 43%: chi paga il conto delle manovre

Il governo ha ridotto il prelievo di 33 miliardi, ma i conti dicono altro. L'analisi della Cgia di Mestre

C’è un numero che nessuna conferenza stampa riesce a far sparire: 43%. È la pressione fiscale prevista per il 2026 dal Documento programmatico di finanza pubblica del Mef. Secondo l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, rappresenta il livello più alto degli ultimi dieci anni. Nel 2022, l’anno prima dell’arrivo a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni, eravamo al 41,6 per cento. In quattro manovre, dunque, il fisco si è preso 1,4 punti di Pil in più. Eppure, nello stesso studio, la Cgia spiega che alle famiglie, agli autonomi e alle micro imprese sono stati restituiti 33 miliardi di tasse. Due affermazioni che, messe una accanto all’altra, meritano più di una domanda.

Pressione fiscale al 43%, il paradosso dei 33 miliardi

L’associazione degli artigiani mestrini pone il quesito da sola: «Questo significa che le famiglie e le micro imprese hanno pagato più tasse? Non necessariamente. Anzi, per queste categorie il peso fiscale si è ridotto di oltre 33 miliardi, grazie alle misure introdotte in questi ultimi quattro anni». Il problema è capire che cosa siano davvero quei 33 miliardi. Le tabelle allegate lo chiariscono in una nota a piè di pagina: si tratta di un «importo cumulato». Sommando le risorse stanziate dalle Leggi di Bilancio 2023, 2024, 2025 e 2026 si arriva a 45,7 miliardi. Togliendo le misure temporanee e i fondi già messi sul piatto dai governi precedenti, pari a 12,4 miliardi, si scende a 33,3. Non è quindi uno sgravio annuo, ma la somma di quattro esercizi, nei quali in larga parte si è rifinanziato lo stesso intervento, cioè il taglio del cuneo.

Dall’altra parte della bilancia c’è un dato che invece è annuale. Con un Pil che viaggia, a spanne, attorno ai 2.200-2.300 miliardi, ogni punto di pressione fiscale vale oltre 22 miliardi. Gli 1,4 punti in più rispetto al 2022 significano quindi circa 30 miliardi di prelievo aggiuntivo ogni anno. Il confronto non è perfettamente omogeneo, ma rende l’idea: quanto è stato restituito in quattro anni a una parte dei contribuenti, lo Stato lo incassa in più dall’economia nel suo complesso in dodici mesi.

Un taglio delle tasse che lo Stato registra come spesa

C’è poi un passaggio che la Cgia stessa definisce paradossale. A far salire la pressione fiscale ha contribuito anche il taglio del cuneo fiscale. Una parte di esso, infatti, non passa più per una riduzione di imposte o contributi, ma per un bonus ai lavoratori con redditi fino a 20mila euro, che ha sostituito la decontribuzione. «Mentre la decontribuzione Inps si traduceva in minori entrate fiscali-contributive, il bonus, che vale circa 0,2 punti percentuali di Pil, viene ora contabilizzato come maggiore spesa e quindi va ad “appesantire” la pressione fiscale», spiegano da Mestre. In cifre, «a fronte di un taglio complessivo di quasi 18 miliardi di euro, quasi 4,5 miliardi vengono imputati contabilmente come un incremento della spesa pubblica».

Non è un cavillo da contabili. Un taglio di tasse lascia al cittadino ciò che ha guadagnato. Un bonus è invece un trasferimento, un assegno che lo Stato prima preleva e poi restituisce, decidendo chi lo merita e per quanto tempo. È la differenza tra ridurre il perimetro pubblico e allargarlo con un’altra voce di spesa assistenziale, che dipende dalla prossima manovra tanto quanto dalla busta paga.

Il fiscal drag che nessuno vuole nominare

Come si spiega allora la corsa del gettito? La Cgia indica soprattutto due fattori. Il primo sono gli 1,1 milioni di nuovi occupati registrati dall’ottobre 2022, che versano Irpef e contributi. Il secondo sono i rinnovi contrattuali: tra il 2022 e il 2026, scrive l’Ufficio studi, «il gettito è cresciuto grazie all’espansione dell’occupazione e anche ai numerosi rinnovi contrattuali sottoscritti dalle parti sociali che hanno determinato un aumento delle retribuzioni e, di conseguenza, delle entrate tributarie e contributive».

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Qui la spiegazione diventa più interessante di quanto il comunicato lasci intendere. Più occupati fanno crescere il Pil oltre che le entrate, quindi da soli non dovrebbero far salire il rapporto tra le due grandezze. Se la pressione aumenta, vuol dire che i nuovi redditi sono tassati più della media dell’economia, cioè che il lavoro dipendente resta il fattore più tartassato del Paese. Quanto ai rinnovi, gli aumenti nominali servono in gran parte a recuperare l’inflazione degli anni scorsi. Ma con scaglioni Irpef e detrazioni non indicizzati, spingono i contribuenti verso aliquote più alte e decalage più severi. Si chiama fiscal drag: una tassa che nessun Parlamento vota e che il governo incassa in silenzio. Non a caso la manovra 2026 ha dovuto introdurre un’imposta sostitutiva del 5 per cento proprio sugli incrementi contrattuali, una toppa che riconosce il problema senza risolverlo.

Il prelievo su banche, assicurazioni e imprese

L’altro pilastro della crescita del gettito è dichiarato senza giri di parole: «Il maggiore contributo alla crescita del gettito è ascrivibile ad alcuni grandi soggetti economici, in particolare banche, compagnie assicurative e grandi imprese, che hanno visto crescere il loro carico tributario». L’elenco è eloquente. C’è l’abrogazione dell’Ace, l’Aiuto alla crescita economica, che la Cgia descrive come «uno sconto fiscale che garantiva fino al 2023 poco più di 3 miliardi di euro all’anno». C’è la sospensione della deducibilità di alcune voci di costo, dalle svalutazioni dei crediti alle quote di avviamento. E c’è il capitolo degli istituti di credito e delle compagnie, che tra la revisione della disciplina sugli extraprofitti e l’inasprimento dell’Irap «verseranno all’erario complessivamente 5,6 miliardi di euro in più».

Per una cultura politica che si dice amica dell’impresa, è un bilancio curioso. L’Ace era uno dei pochi strumenti che premiavano chi capitalizza l’azienda con mezzi propri invece di indebitarsi, in un Paese di piccole imprese cronicamente sottocapitalizzate. Le sospensioni delle deducibilità, poi, non riducono il costo per chi lo sostiene: lo spostano nel tempo, gonfiando il gettito di oggi a spese di quello di domani. Soprattutto, resta valida la più vecchia lezione della scienza delle finanze: le imprese non pagano le tasse, le persone sì. Il prelievo aggiuntivo sui «grandi soggetti economici» finisce, prima o poi, su clienti, dipendenti, risparmiatori e azionisti, compresi i fondi pensione. Tassare chi è impopolare è politicamente comodo, ma non è un taglio delle tasse: è un trasferimento del conto.

Il fisco a coriandoli

Le tabelle sulle singole Leggi di Bilancio, elaborate dalla Cgia su dati Mef, raccontano anche un’altra storia, quella di un sistema tributario sempre più frammentato. Accanto all’accorpamento degli scaglioni Irpef, al taglio della seconda aliquota dal 35 al 33 per cento e alla decontribuzione, spunta una costellazione di micro-regimi. Le mance nel turismo e nella ristorazione sono tassate al 5 per cento, con un tetto salito dal 30 al 50 per cento del reddito. I premi di produttività sono passati dal 10 al 5 e poi all’1 per cento, con un massimale elevato da 3.000 a 5.000 euro. Le indennità per turni notturni e festivi godono di un’aliquota del 15 per cento, così come il salario accessorio dei dipendenti pubblici. I buoni pasto elettronici esentasse sono saliti da 8 a 10 euro e i fringe benefit fino a 2.000 euro con figli a carico. I redditi dei terreni agricoli sono stati esentati dall’Irpef, le accise sulla birra ridotte, il canone Rai tagliato per un anno.

Ogni misura ha il suo pubblico di riferimento, e quasi tutte hanno una scadenza. Il risultato è un fisco in cui due persone con lo stesso reddito pagano imposte diverse a seconda di come quel reddito è stato etichettato. Dall’altro lato del registro, gli aggravi colpiscono i bersagli di sempre. Le accise sui tabacchi sono state ritoccate in tre manovre su quattro. La cedolare secca sugli affitti brevi è salita dal 21 al 26 per cento dal secondo appartamento, e dal terzo si passa al reddito d’impresa. Sono aumentate anche le imposte sugli immobili e sui prodotti finanziari detenuti all’estero e quella sui redditi esteri di chi si trasferisce in Italia. Nel complesso questi aggravi pesano poco più di un miliardo in quattro anni, ma il messaggio è chiaro: chi mette a reddito la propria casa o sceglie l’Italia come residenza va scoraggiato, non attratto. La via liberale, base imponibile ampia e aliquote basse e uguali per tutti, resta lontana.

Milano tartassata

Lo studio della Cgia porta poi il discorso sul territorio. «A Milano si pagano più tasse che in qualsiasi altra parte d’Italia», esordisce l’Ufficio studi. Nel 2024 ogni contribuente della Città metropolitana ha versato in media 9.066 euro di Irpef, oltre 1.500 euro più di Roma, seconda con 7.536 euro. Seguono Monza e Brianza con 7.100, Bolzano con 6.975 e Bologna con 6.846, contro una media nazionale di 5.788 euro. In fondo alla classifica ci sono Crotone con 3.867 euro, Vibo Valentia con 3.836, Sud Sardegna con 3.743 e Ragusa con 3.689.

La Cgia attribuisce il divario alla progressività prevista dall’articolo 53 della Costituzione: «più alto è il reddito, maggiore è l’aliquota applicata». Vero, ma i numeri dicono qualcosa di più. Il reddito medio milanese, 34.803 euro, supera la media nazionale del 35 per cento, mentre l’Irpef media la supera del 57 per cento. A Milano il prelievo effettivo sfiora il 26 per cento del reddito dichiarato, contro il 22,4 della media italiana e il 20 per cento di Ragusa. La progressività, insomma, non si limita a seguire il reddito: lo amplifica. E lo fa su base nominale, ignorando che con 35mila euro lordi a Milano, tra affitti e servizi, si può vivere peggio che con 25mila in molte province del Sud. Il ceto medio metropolitano viene così tassato come se fosse ricco, proprio dove il costo della vita è più alto. Il caso di Roma è emblematico. Pur con un reddito medio inferiore a quello di Bologna e di Monza, la Capitale paga più Irpef di entrambe, segno di una forte concentrazione di redditi elevati su cui la curva delle aliquote picchia più duro.

La promessa dei servizi migliori

C’è poi una frase del comunicato che merita di essere letta due volte: «Chi paga di più, di solito può contare anche su servizi pubblici più numerosi e tendenzialmente di migliore qualità, dai trasporti alle infrastrutture sociali, dall’istruzione alla cultura, fino allo sport e al tempo libero». È l’argomento classico per rendere digeribile il prelievo, ma non regge alla prova del residuo fiscale. L’Irpef è un’imposta erariale: finisce nelle casse dello Stato e viene redistribuita su tutto il territorio. I servizi di cui godono i milanesi dipendono in larga misura dalla capacità amministrativa locale e dai tributi locali, che si pagano a parte. Il contribuente lombardo paga quindi due volte, una per la solidarietà nazionale e una per i servizi sotto casa, senza alcuna garanzia che al primo assegno corrisponda una contropartita.

Del resto, a reggere l’impalcatura sono sempre gli stessi. Secondo la Cgia, i contribuenti Irpef sono quasi 43 milioni: 24,1 milioni di lavoratori dipendenti, 14,5 milioni di pensionati e poco più di 1,6 milioni di partite Iva, esclusi i forfettari. Due categorie su tre pagano con la ritenuta alla fonte, senza alcuna possibilità di sottrarsi, ed è su di loro che pesano sia la progressività sia il fiscal drag.

La riforma che manca: tagliare la spesa

Il governo può legittimamente rivendicare di aver ridotto le aliquote sui redditi medio-bassi. Ma la fotografia scattata dalla Cgia, letta fino in fondo, mostra uno Stato che non ha smesso di crescere. Ha spostato il carico dalle famiglie alle imprese, ha trasformato parte dei tagli in bonus, ha lasciato lavorare l’inflazione sulle buste paga e ha moltiplicato i regimi speciali. Il risultato finale è una pressione fiscale al 43 per cento, record del decennio. Finché le manovre si limiteranno a spostare il prelievo da una categoria all’altra senza toccare la spesa pubblica, ogni sgravio sarà pagato da qualcun altro. E il contribuente, che sia una famiglia milanese o un’impresa di Crotone, continuerà a lavorare per il fisco quasi metà dell’anno.

Enrico Foscarini, 17 ottobre 2026


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