Dopo il caso Glovo, la Procura di Milano torna a intervenire sul settore del food delivery, questa volta colpendo Deliveroo e ampliando il raggio d’azione fino alle multinazionali che utilizzano le piattaforme per le consegne. L’iniziativa, guidata dal pm Paolo Storari e dalla procura diretta da Marcello Viola, segna un ulteriore passo in una strategia investigativa che negli ultimi anni ha già interessato logistica, trasporti, vigilanza privata e moda.
L’impostazione è chiara: se esiste un presunto sfruttamento dei rider, la responsabilità non riguarderebbe soltanto le piattaforme digitali, ma anche le aziende che ne utilizzano i servizi. Per questo i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno notificato richieste di documentazione a grandi gruppi internazionali, tra cui McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Crai, Poke House e KFC, al momento non indagate ma coinvolte perché “in rapporti contrattuali” con Deliveroo e quindi potenzialmente parte della filiera sotto osservazione.
Il rischio dell’effetto domino
Secondo la Procura, l’obiettivo è verificare se i modelli organizzativi delle aziende siano idonei a prevenire eventuali reati di caporalato. Il presupposto è che procedure interne non adeguate potrebbero configurare un’agevolazione colposa dello sfruttamento, un’impostazione già utilizzata in passato nelle indagini che hanno coinvolto marchi della moda internazionale.
Sono stati acquisiti organigrammi, codici di condotta, procedure di accreditamento dei fornitori, sistemi di whistleblowing e attività di audit interno. In sostanza, si chiede alle aziende cosa abbiano fatto – o cosa avrebbero potuto fare – per evitare che il sistema delle consegne tramite piattaforme generasse situazioni considerate irregolari.
Accuse sulle retribuzioni
Parallelamente, il pm ha disposto il controllo giudiziario su Deliveroo Italy per l’ipotesi di caporalato, con la nomina di un amministratore giudiziario incaricato di procedere alla “regolarizzazione dei lavoratori”. Nell’imputazione si sostiene che a circa tremila rider nella provincia di Milano e ventimila in tutta Italia sarebbero state corrisposte paghe “in alcuni casi inferiori fino a circa il 90% rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva”, compensi che non garantirebbero una “esistenza libera e dignitosa”.
La società ha dichiarato di stare “esaminando la documentazione ricevuta dalle Autorità” e di collaborare con le indagini.
Il ruolo dei sindacati
A sostenere l’intervento giudiziario è intervenuto anche il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, secondo cui “l’intervento della procura di Milano conferma un sistema di caporalato che denunciamo da anni”. Landini ha aggiunto che “va garantito a queste lavoratrici e a questi lavoratori un salario dignitoso e un orario pieno” e che il lavoro su piattaforma “non può essere più una zona grigia”.
La confusione tra lavoro occasionale e lavoro subordinato
Il punto centrale della vicenda resta però culturale prima ancora che giuridico. La gig economy nasce come forma di collaborazione flessibile, spesso temporanea, utile per integrare il reddito o guadagnare in modo occasionale. Trasformarla forzatamente in lavoro subordinato significa ignorarne la natura e rischiare di distruggere opportunità che, proprio perché leggere e poco burocratiche, consentono a molti di ottenere entrate aggiuntive.
È lo stesso equivoco che si crea quando si pretende di applicare le categorie del lavoro industriale novecentesco a attività che, per definizione, non sono pensate come occupazioni stabili: consegnare cibo qualche ora al giorno, fare piccoli lavoretti, svolgere prestazioni saltuarie. Pretendere che tutto rientri nello schema del posto fisso significa non riconoscere che esistono attività che non nascono per essere “lavori veri”, ma strumenti di integrazione del reddito.
Il rischio, alla fine, è duplice: da un lato aumentare i costi e la complessità normativa fino a rendere economicamente insostenibile il servizio, dall’altro ridurre proprio quelle opportunità che oggi permettono a studenti, giovani e lavoratori di arrotondare. In nome della tutela si potrebbe ottenere l’effetto opposto: meno lavoro, meno flessibilità, meno possibilità di scelta.
Enrico Foscarini, 26 febbraio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


