Economia

IL CASO

Glovo, il suicidio della gig economy in Italia

L’accanimento giudiziario distrugge un mercato da 4,6 miliardi. Uber Eats e Foodora sono già fuggite: ecco perché il modello subordinato uccide il lavoro

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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L’ultimo capitolo della guerra ideologica contro la flessibilità vede protagonista la Procura di Milano e il colosso spagnolo Glovo, attraverso la sua controllata Foodinho. L’ipotesi di reato, pesantissima, è quella di caporalato digitale per la gestione dei circa 40mila rider attivi sul territorio nazionale. Ma ciò che viene dipinto come un intervento di civiltà giuridica è in realtà il colpo di grazia a un settore che in Italia ha già visto la fuga di player internazionali proprio a causa di un’incertezza normativa e di una pressione giudiziaria che pretende di trasformare ogni forma di collaborazione occasionale in un rapporto di lavoro subordinato. Questa pretesa di equiparazione forzata ignora la natura stessa della gig economy, trasformando opportunità di integrazione del reddito in un fardello burocratico insostenibile per le aziende.

L’accusa si focalizza su compensi ritenuti sotto la soglia di povertà e su un monitoraggio continuo tramite app, definendo la gestione digitale di Glovo come una etero-organizzazione che ridurrebbe i lavoratori alla miseria. Eppure, per una pletora di soggetti che spaziano dagli immigrati regolari agli italiani in cerca di un’occupazione temporanea, queste piattaforme rappresentano l’unica ancora di salvezza immediata. Imporre costi da lavoro dipendente a modelli basati sulla velocità e sulla flessibilità significa semplicemente decretare la fine del servizio. Il pm Paolo Storari sostiene che la retribuzione sarebbe inferiore fino all’81% rispetto alla contrattazione collettiva, ma dimentica che il valore di un lavoro nel libero mercato è determinato dall’incontro tra domanda e offerta, non da tabelle ministeriali scollate dalla realtà economica.

I giganti in fuga: da Foodora a Uber Eats

La storia recente del delivery in Italia è un bollettino di guerra economica. E non riguarda solo Glovo. Il caso più emblematico è stato quello di Uber Eats, che nel 2023 ha annunciato il ritiro dal mercato italiano dopo sette anni di attività. L’azienda ha chiarito esplicitamente che il business non era più sostenibile nel lungo periodo, preferendo concentrare gli investimenti in mercati dove le regole del gioco permettono una crescita sana. Prima di Uber, era stata Foodora a sbattere la porta già nel 2018, proprio mentre il dibattito politico sul Decreto Dignità minacciava di irrigidire i contratti dei rider. La società tedesca Delivery Hero, proprietaria del marchio, fu chiarissima nel dichiarare che in Italia l’obiettivo della leadership era diventato impossibile da raggiungere con investimenti ragionevoli.

A queste si sono aggiunte le uscite di scena di player del quick-commerce come Gorillas e Getir, che hanno lasciato migliaia di lavoratori senza quell’opportunità di “arrotondamento” che tanto scandalizza i sindacati ma che permetteva a molti di sopravvivere. Ogni volta che una piattaforma se ne va, non si perde solo un servizio per i consumatori, ma si distrugge un ecosistema che coinvolgeva oltre 60 città e migliaia di ristoranti partner che grazie alle consegne riuscivano a far quadrare i bilanci. La fuga di questi capitali esteri è il segnale di un Paese che preferisce la purezza ideologica del “posto fisso” (che non c’è) alla realtà dinamica di un mercato che cambia. E se Glovo seguisse la stessa strada?

Un mercato da 4,6 miliardi di euro sotto scacco

I numeri dell’economia delle piattaforme in Italia descrivono un settore vitale e in espansione, nonostante l’ostruzionismo burocratico. Nel 2024 il fatturato totale del comparto ha raggiunto i 4,6 miliardi di euro, con una crescita dell’8% rispetto all’anno precedente. Glovo, oggi nel mirino della magistratura, registra ritmi impressionanti con una media di un ordine al secondo e una crescita del 33% degli ordini nel solo ultimo anno. Parliamo di un servizio utilizzato da oltre 10 milioni di utenti attivi, che rappresenta ormai il 46% dell’intero settore alimentare online. Questi dati non sono solo fredde statistiche, ma indicano una domanda sociale massiccia che le piattaforme soddisfano creando occupazione per decine di migliaia di persone.

La pretesa di regolarizzare forzosamente 40mila collaboratori trasformandoli in dipendenti significa, conti alla mano, caricare le aziende di costi previdenziali e assicurativi che il modello di business del delivery – basato su margini bassissimi – non può sopportare. Se un tempo Foodora dichiarava un utile di appena 1 euro su una consegna media di 30 euro, è evidente che l’intervento a gamba tesa dello Stato trasforma l’utile in perdita certa. In questo scenario, l’unica soluzione per le multinazionali resta il disimpegno strategico, lasciando il campo a chi opera nell’illegalità vera, quella che non usa app trasparenti ma il pizzo e il contante.

Amazon e il controllo sociale della magistratura

Non solo cibo: l’offensiva si allarga alla logistica pesante. Il Garante per la protezione dei dati personali e l’Ispettorato nazionale del lavoro hanno avviato una vigilanza serrata nei confronti di Amazon, ipotizzando criticità nel trattamento dei dati e nell’uso di sistemi di videosorveglianza. La società ha risposto con fermezza: “Siamo pienamente disponibili a fornire tempestivamente qualsiasi documentazione, dato o chiarimento richiesto, e ci impegniamo a mantenere una collaborazione positiva e continuativa con tutte le autorità”. Tuttavia, è evidente il tentativo di sindacati e magistrati di entrare nella gestione degli algoritmi, ovvero nel cuore tecnologico che rende efficiente il libero mercato contemporaneo.

Il paradosso del sindacalismo esasperato è che, nel tentativo di tutelare il lavoratore, finisce per consegnarlo alle vere forme di sfruttamento. I recenti controlli a tappeto dell’Arma dei Carabinieri hanno svelato un sottobosco di account fittizi ceduti in nero. Su 93 rider controllati a Milano, quasi il 20% utilizzava identità virtuali altrui gestite da caporali veri, non digitali. Questo accade perché quando la regolazione statale diventa asfissiante e blocca l’accesso legale e flessibile al mercato, si crea uno spazio per i parassiti. Invece di liberalizzare e permettere contratti agili che riflettano la realtà della prestazione, la politica consente alla magistratura di seguire la via della repressione, ignorando che se la risposta dello Stato è solo il controllo giudiziario, le piattaforme se ne andranno, lasciando i rider non regolarizzati, ma semplicemente senza un euro in tasca.

Enrico Foscarini, 11 febbraio 2026

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