Economia
IL FATTO

Università, addio all’abilitazione nazionale

La riforma Bernini elimina questo passaggio e riporta i concorsi agli atenei. Ecco cosa cambia per docenti e ricercatori

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La selezione dei professori universitari torna, almeno in parte, al passato. Con l’approvazione definitiva alla Camera del disegno di legge voluto dal ministro Anna Maria Bernini, viene infatti archiviata l’abilitazione scientifica nazionale introdotta dalla riforma Gelmini. Il baricentro del reclutamento si sposta nuovamente verso i singoli atenei, anche se con alcuni correttivi pensati per evitare le distorsioni che avevano caratterizzato il sistema precedente.

L’obiettivo dichiarato dal governo è chiaro: superare un meccanismo giudicato eccessivamente lento e burocratico. Dal Ministero dell’Università si parla della necessità di chiudere “una stagione segnata da una burocrazia soffocante e da procedure poco trasparenti”, eliminando quello che viene definito un vero e proprio collo di bottiglia nell’accesso alla carriera accademica.

I numeri dell’abilitazione nazionale

I dati aiutano a comprendere la portata del cambiamento. Dal 2012 a oggi circa 71mila candidati hanno ottenuto l’abilitazione scientifica nazionale, ma meno di 40mila sono stati successivamente chiamati a insegnare. In altre parole, oltre 31mila persone, pari al 41,3% degli abilitati, non hanno mai raggiunto la cattedra.

Una situazione che ha inevitabilmente alimentato il contenzioso. I ricorsi presentati ai Tar sono stati 2.272, segno di un sistema che, pur nato per garantire criteri uniformi e meritocratici, ha finito per produrre tempi lunghi e aspettative spesso disattese.

Cosa cambia con la riforma Bernini

La novità principale riguarda proprio l’eliminazione dell’abilitazione scientifica nazionale. Per accedere ai ruoli di professore ordinario, associato o ricercatore a tempo determinato non sarà più necessaria una preventiva valutazione da parte di una commissione nazionale.

I candidati dovranno invece presentare un’autocertificazione relativa ai requisiti minimi di produttività e qualificazione scientifica, che saranno verificati attraverso una piattaforma del Ministero dell’Università e della Ricerca. Solo dopo questo passaggio sarà possibile partecipare ai bandi pubblicati dalle singole università.

Si passa quindi da un sistema articolato in due fasi – verifica nazionale e successiva selezione locale – a una procedura unica nella quale saranno direttamente gli atenei a valutare i candidati e a decidere le assunzioni.

Le nuove commissioni e il nodo delle raccomandazioni

È proprio su questo punto che si concentra il dibattito. La centralizzazione introdotta nel 2010 era stata presentata come un argine ai fenomeni di localismo e alle consuetudini che per anni hanno accompagnato i concorsi universitari italiani. Tuttavia, a distanza di oltre un decennio, il sistema non sembra aver eliminato né le polemiche né il contenzioso.

La riforma prova a introdurre alcuni contrappesi. Le commissioni continueranno a essere composte da cinque membri: uno sarà indicato dall’ateneo che bandisce il posto, mentre gli altri quattro dovranno provenire da università differenti e saranno selezionati attraverso un sistema di sorteggio disciplinato dai futuri decreti attuativi.

Resta però una domanda destinata a dividere il mondo accademico: è preferibile un concorso nazionale che rischia di trasformarsi in un lungo percorso amministrativo oppure una selezione maggiormente affidata ai territori, con il pericolo di favorire dinamiche locali? Il problema, forse, non è tanto il livello al quale si svolge il concorso, quanto la capacità delle regole di garantire trasparenza e responsabilità a prescindere da chi le applica.

Più spazio ai ricercatori interni

La riforma interviene anche sulle modalità di assunzione dei ricercatori a tempo determinato. La quota obbligatoria di candidati esterni passa da un terzo a un quarto, consentendo agli atenei di valorizzare in misura maggiore le professionalità già presenti al proprio interno.

Per i sostenitori della modifica si tratta di un modo per premiare percorsi accademici consolidati e ridurre la dispersione di competenze. I critici, invece, temono che il cambiamento possa incentivare una crescente autoreferenzialità delle università italiane.

Quando entrerà in vigore la riforma

L’applicazione delle nuove regole richiederà ancora tempo. Il ministero dell’Università dovrà adottare entro 90 giorni i decreti necessari per definire i criteri di valutazione, i requisiti scientifici dei candidati e dei commissari e le modalità di formazione delle liste dalle quali effettuare i sorteggi.

Successivamente, saranno gli stessi atenei a dover aggiornare i propri regolamenti interni, adeguando le procedure di chiamata, la composizione delle commissioni e lo svolgimento dei concorsi. Dal Mur, al momento, spiegano che non è ancora possibile indicare una data precisa per l’entrata a regime del nuovo sistema.

Una cosa, però, appare evidente: il dibattito sul reclutamento universitario è tutt’altro che chiuso. Perché, in fondo, la domanda resta la stessa di sempre: è meglio affidarsi a un meccanismo nazionale che non è riuscito a mantenere tutte le promesse oppure tornare a concorsi gestiti dagli atenei, confidando che regole più stringenti siano sufficienti a evitare le vecchie storture? La risposta, come spesso accade in Italia, arriverà soltanto con la prova dei fatti.

Enrico Foscarini, 18 luglio 2026

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