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Pensioni: come funziona la riforma Durigon

Assegni tagliati dal 14% al 21% per chi esce a 64 anni. Ecco le cifre mensili e il confronto con l'attuale sistema

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Il dibattito sulla flessibilità pensionistica si arricchisce di una nuova proposta destinata a far discutere lavoratori e contribuenti. Il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, ha rilanciato l’idea di estendere l’uscita anticipata a 64 anni di età con almeno 20 o 25 anni di contributi anche a chi ricade nel sistema misto, ossia chi ha iniziato a lavorare prima del primo gennaio 1996 e non raggiungerà i 42 anni e 10 mesi di anzianità contributiva ordinaria. Nelle intenzioni dell’esecutivo, la misura punta a superare gli oramai evidenti limiti delle formule a quota: “Quota 103 non ha funzionato e va rivista come Opzione donna”, ha ammesso apertamente Durigon, aggiungendo che “64 anni possono diventare la vera soglia di libertà pensionistica” e che l’obiettivo prioritario resta quello di “usare il Tfr come rendita” per rafforzare la previdenza complementare e consentire il pensionamento anticipato. Tuttavia, la presunta libertà promessa dal sistema pubblico si scontra immediatamente con la cruda realtà dei numeri, evidenziando come ogni anno guadagnato sul calendario professionale lasci un’impronta pesante e permanente sul potere d’acquisto del futuro pensionato.

Il meccanismo della penalizzazione

I calcoli effettuati sulle coorti di lavoratori prossime al ritiro rivelano infatti una sforbiciata drastica per chi deciderà di cogliere la finestra di anticipo nel biennio 2027-2028. Per chi è nato nel 1963 o negli anni immediatamente precedenti, l’alternativa è restare al lavoro fino alla pensione di vecchiaia ordinaria, stabilita a 67 anni ma destinata ad allungarsi per via degli adeguamenti automatici alla speranza di vita, che la porteranno a 67 anni e 3 mesi dal 2028 qualora non venissero bloccati dall’esecutivo. Chi sceglie di uscire a 64 anni subisce una duplice penalizzazione contabile: da un lato rinuncia a oltre tre anni di versamenti contributivi futuri pari al 33% della retribuzione annuale, dall’altro vede il proprio montante accumulato moltiplicato per un coefficiente di trasformazione decisamente sfavorevole, pari a circa il 5,18% a 64 anni rispetto al 5,72% applicato a 67 anni e 3 mesi.

La simulazione dei tagli per classe di reddito

Tradotto in cifre contabili e in perdita reale sul mensile lordo, erogato su tredici mensilità, il prezzo del ritiro anticipato cresce in modo progressivo al salire del reddito. Per un lavoratore con una retribuzione annua lorda di 25.000 euro, l’assegno stimato passa da 1.400 euro al mese (18.200 euro annui spettanti a 67 anni e 3 mesi) a 1.192 euro al mese a 64 anni, traducendosi in una decurtazione di 208 euro al mese e in un taglio annuo del 14,8%. Salendo a un reddito di 30.000 euro, l’assegno mensile scende da 1.677 euro a 1.408 euro, registrando una perdita di 269 euro al mese e una riduzione annua del 16,1%.

Le penalizzazioni diventano ancora più evidenti e gravose man mano che si salgono i gradini retributivi della carriera professionale. Per chi vanta una retribuzione di 40.000 euro lordi all’anno, la pensione mensile passa da 2.192 euro a 1.815 euro, pari a una perdita secca di 377 euro al mese e a un taglio complessivo del 17,2%. Chi invece dichiara 50.000 euro vede l’assegno ridursi da 2.708 euro al mese a 2.215 euro al mese, subendo una svalutazione di 492 euro al mese che corrisponde a un taglio del 18,2% rispetto al trattamento teorico pieno.

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L’impatto economico della riforma sfiora vette del tutto penalizzanti per i redditi superiori, smentendo la narrazione di una flessibilità priva di costi personali. Per un quadro con un reddito da 75.000 euro, la pensione mensile scende da 3.854 euro a 3.115 euro, determinando una sforbiciata di 738 euro al mese e una perdita del 19,2% sull’assegno finale. Infine, per i redditi da 100.000 euro e oltre, l’uscita anticipata a 64 anni causa un vero e proprio salasso contabile, riducendo l’importo da 4.923 euro al mese a 3.938 euro al mese, con un taglio mensile di 985 euro e un deprezzamento pari al 20,0%. Sul fronte delle casse statali, va riconosciuto che la misura non comporta particolari aggravi strutturali per la spesa pubblica, poiché l’anticipo dell’erogazione viene attuarialmente compensato dal taglio dell’assegno mensile e dalla minore durata temporale del montante maturato, rendendo l’operazione sostanzialmente neutrale per il bilancio dello Stato.

Le aporie del sistema a ripartizione

La natura dell’intervento della maggioranza mette a nudo tutti i limiti intrinseci e le aporie del modello a ripartizione coatta gestito dall’Inps. In un meccanismo statale in cui i contributi versati oggi dai lavoratori servono unicamente a pagare gli assegni dei pensionati attuali, la presunta flessibilità concessa dal legislatore non è altro che un gioco a somma zero gestito discrezionalmente dall’alto. Il lavoratore non dispone del proprio denaro né decide autonomamente quando e come ritirarsi, ma rimane subordinato a parametri fissati per via politica, a coefficienti demografici rigidi e a un rendimento del montante contributivo legato alla crescita del PIL nominale, storicamente incapace di superare l’uno o due per cento nel medio e lungo periodo.

Il confronto con il modello a capitalizzazione individuale

Il confronto con un modello basato sulla piena capitalizzazione individuale rende evidente la differenza di impostazione e di risultati. Se ad ogni cittadino fosse consentito di accantonare i propri risparmi previdenziali in conti proprietari investiti sui mercati finanziari globali, il quadro economico cambierebbe radicalmente. Un lavoratore con un reddito medio costante di 40.000 euro che versa per 38 anni il 33% del proprio stipendio accumula nel sistema INPS a ripartizione un montante figurativo di circa 620.000 euro, trasformato a 64 anni in una pensione lorda di circa 32.000 euro. Lo stesso ammontare di versamenti indirizzato verso un piano a capitalizzazione reale con un rendimento netto medio annuo del 4,5% genererebbe nello stesso arco temporale un patrimonio effettivo superiore a 1.150.000 euro.

Una simile disponibilità finanziaria consentirebbe al risparmiatore una libertà di scelta sconosciuta al monopolio pubblico, affrancandolo da qualunque diktat politico sul requisito anagrafico. Con un capitale privato di oltre un milione di euro, il lavoratore potrebbe applicare una regola prudenziale di prelievo annuo del 4% ottenendo una rendita lorda di 46.000 euro all’anno, ossia un importo superiore del 40% rispetto all’assegno INPS, conservando al contempo la piena proprietà dell’intero capitale residuo da riscattare o da trasmettere integralmente agli eredi. È la dimostrazione plastica di come la vera sovranità individuale e la stabilità finanziaria personale non passino attraverso concessioni governative o continue rimodulazioni delle quote statali, ma richiedano la restituzione ai lavoratori della piena proprietà dei propri frutti del lavoro.

Enrico Foscarini, 11 agosto 2026

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