Il dibattito sulla prossima manovra economica si muove lungo il consueto binario delle promesse elettorali a deficit e delle complesse alchimie contabili sulle coperture. Al centro della discussione resta la flessibilità richiesta dall’Italia all’Unione Europea per spese straordinarie in difesa ed energia, pari a circa 35 miliardi di euro complessivi entro il 2028, vale a dire l’1,5% del PIL nel triennio. La tentazione di sfruttare queste deroghe per coprire uscite correnti o sgravi fiscali privi di coperture si scontri tuttavia con la realtà dei numeri e dei saldi di bilancio.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha ribadito i confini contabili posti da Bruxelles, ricordando che «gli interventi hanno pieno impatto sul deficit». Per il triennio si ipotizza di concentrare lo scostamento fino allo 0,9% nel 2028 per i programmi della difesa e di utilizzare fino allo 0,3% all’anno (circa 7 miliardi di euro annui) per gli investimenti energetici. Imputare uscite strategiche sul deficit non cancella il debito sovrano né garantisce una riserva a fondo perduto per finanziare spesa corrente o sgravi fiscali strutturali.
Irpef, bollo auto e previdenza
Sul piano delle grandi riforme fiscali, l’estensione dell’aliquota Irpef ridotta al 33% per i redditi compresi tra i 50.000 e i 60.000 euro lordi comporta un costo annuo stimato tra i 3,5 e i 4 miliardi di euro, garantendo un beneficio fiscale massimo diretto pari a circa 1.000 euro all’anno a contribuente. Ancora più impattante risulterebbe l’abolizione totale del bollo auto, che priverebbe le Regioni di una risorsa pari a 7,5 miliardi di euro all’anno, quota che lo Stato centrale dovrebbe integralmente compensare per evitare il blocco dei servizi di trasporto pubblico e dei bilanci locali.
Sul fronte della previdenza, la proposta della Lega illustrata dal sottosegretario Claudio Durigon mira al pensionamento anticipato a 64 anni con 25 anni di contributi ed estensione al sistema misto, con l’applicazione dell’integrale ricalcolo contributivo e una soglia di accesso pari a tre volte l’assegno sociale. Come dichiarato dallo stesso Durigon, «il modello su cui lavorare è l’uscita a 64 anni con 25 anni di contributi, che già abbiamo introdotto e vogliamo rafforzare». Questa impostazione presenta un costo finanziario contenuto o neutro nel medio-lungo periodo, a differenza della sterilizzazione dell’adeguamento alla speranza di vita di tre mesi stimata dall’Inps circa 3 miliardi di euro.
La giungla dei bonus
Oltre ai grandi capitoli di spesa, il sistema fiscale e sociale è frammentato da una lunga serie di bonus e agevolazioni che pesano sui conti pubblici per oltre 5 miliardi di euro all’anno. Sul versante della famiglia, il pacchetto complessivo vale circa 1,6 miliardi di euro, tra i quali spicca il bonus per le mamme lavoratrici salito da 40 a 60 euro mensili per chi ha un Isee fino a 40.000 euro e almeno due figli. A questo si affiancano gli stanziamenti triennali per il rafforzamento dell’Isee (circa 500 milioni di euro), la Carta dedicata a te da 500 euro per i redditi sotto i 15.000 euro e l’estensione dei congedi parentali all’80% della retribuzione per tre mesi.
Sul fronte del lavoro e del welfare aziendale, la disciplina dei fringe benefit stabilisce le soglie di esenzione fiscale e contributiva fino a 1.000 euro per la generalità dei dipendenti e a 2.000 euro per i lavoratori con figli a carico, coprendo rimborsi per bollette, affitto e mutuo della prima casa. A queste misure si aggiungono la detassazione dei premi di produttività al 1% fino a 5.000 euro, la superdeduzione del 120% e 130% per le nuove assunzioni e la nuova soglia esentasse per i buoni pasto elettronici portata da 8 a 10 euro al giorno, per un impatto complessivo che riduce il gettito erariale ordinario per sostenere il potere d’acquisto.
La via liberale
Mettendo insieme il costo dell’estensione Irpef al 33% da 3,5 a 4 miliardi di euro, la cancellazione del bollo auto da 7,5 miliardi, il pacchetto sulle famiglie da 1,6 miliardi (tra bonus mamme lavoratrici e congedi parentali potenziati) e la disciplina dei fringe benefit e del welfare aziendale per 2 miliardi di euro, la massa finanziaria complessiva raggiunge la cifra di 16 miliardi di euro all’anno. Dalla prospettiva liberale e liberista appare del tutto evidente come il ricorso continuo a scorciatoie di deficit o la proroga di incentivi temporanei non rappresentino una politica economica di sviluppo. L’accumulo di bonus frammentati e coperto in deficit distorce le scelte di mercato e non sostituisce una vera riduzione della pressione fiscale su famiglie e imprese.
L’unica strada credibile e duratura consiste in una seria e rigorosa revisione della spesa pubblica corrente. Ridurre la presenza dello Stato nell’economia, eliminare i sussidi a fondo perduto e tagliare gli sprechi della macchina amministrativa sono le sole leve in grado di reperire i 16 miliardi necessari per finanziare il taglio delle imposte in modo strutturale. Soltanto abbinando la diminuzione della spesa pubblica a una drastica semplificazione del sistema fiscale si potrà restituire risorse alle forze produttive del Paese senza gravare di ulteriore debito il futuro delle prossime generazioni.
Enrico Foscarini, 7 agosto 2026
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