Il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, ha illustrato alla Camera i contorni della richiesta con cui l’Italia attiverà la clausola di salvaguardia nazionale, il meccanismo europeo che consente margini di sforamento sui conti pubblici per la spesa in difesa e sicurezza nel campo dell’energia. Ascoltando le sue comunicazioni si fa fatica a non notare un paradosso di fondo: quella che viene presentata come una conquista di flessibilità è, nella sostanza, più spesa pubblica finanziata in deficit, incapsulata in una procedura contabile talmente elaborata da rendere difficile persino spiegarla in aula senza il ricorso a sigle, divisioni statistiche e doppi binari di calcolo.
Il vero nodo è il deficit
Il passaggio più interessante delle comunicazioni di Giorgetti, se letto con occhio liberale, non riguarda la quota di Pil che l’Italia chiederà a Bruxelles, ma l’ammissione implicita che la clausola non mette al riparo dal rischio deficit. Lo ha detto lo stesso ministro, con una chiarezza che vale la pena riportare per intero: “l’articolata nuova procedura prevista dalle clausole di salvaguardia mostra come ogni definitiva articolazione del piano non potrà che essere predisposta guardando alla compatibilità degli effetti delle misure in esso incluse con tutti i vincoli di finanza pubblica e all’evoluzione della procedura per il deficit eccessivo”. Tradotto dal linguaggio tecnico: la spesa aggiuntiva, per quanto autorizzata da Bruxelles su carta, resta comunque un rischio concreto per i conti dello Stato.
Giorgetti è arrivato a un’esplicitazione ancora più netta di questo punto, e qui la questione smette di essere un tecnicismo per diventare un problema politico di primo piano. “Nel caso in cui la procedura di deficit eccessiva non venga chiusa anticipatamente alla luce di una revisione a settembre del dato relativo al 2025 o sulla base del valore di consuntivo del deficit 2026, un peggioramento dei conti pubblici negli anni successivi tale da determinare un deficit superiore al 3% implicherebbe la permanenza nella procedura fino al rientro al di sotto della soglia prevista dei trattati, anche qualora il deficit in eccesso sia interamente riconducibile a spese in linea con i parametri di ammissibilità alla Nec”, ha detto il ministro. In altre parole: anche se ogni euro speso in più fosse perfettamente conforme alle regole della clausola, l’Italia potrebbe comunque restare incastrata nella procedura per deficit eccessivo. La flessibilità concessa sul fronte della spesa, quindi, non si traduce in alcuna garanzia sul fronte del debito, che continuerà a essere il vero convitato di pietra di ogni manovra a venire.
Una spesa per la difesa che non richiede un elenco
Va detto, per onestà intellettuale, che su un punto Giorgetti offre una notizia che un liberale può salutare con favore: la clausola energetica esclude esplicitamente sussidi ad accise, bollette e settore privato che non producano un “miglioramento strutturale”, esattamente il tipo di intervento assistenzialista e temporaneo che ha drogato i conti pubblici negli ultimi anni senza risolvere nulla. È un’impostazione che, sulla carta, va nella direzione giusta: niente mance, solo investimenti che restano.
Meno rassicurante è invece quanto emerge sul fronte della difesa, dove il ministro ha spiegato che “il meccanismo di calcolo degli spazi effettivamente assorbiti non richiede, nemmeno in fase di presentazione del piano, una identificazione e quantificazione degli interventi alla base dell’incremento del livello di spesa, dal momento che l’addizionalità sarà valutata guardando all’evoluzione di un dato aggregato”. È sufficiente, ha precisato Giorgetti, che in rapporto al Pil “l’ammontare della spesa per difesa misurato dalla divisione Cofog rilevante superi quello registrato nell’anno di riferimento”, fissato per l’Italia al 2024, anno in cui la spesa “si è attestata all’1,3% del Pil”. Il meccanismo, insomma, funziona per aggregati statistici e non per singoli capitoli di spesa: una scelta che semplifica la vita al Tesoro, ma che priva parlamento e opinione pubblica, almeno in questa fase, di un quadro puntuale su dove finiranno concretamente le risorse aggiuntive.
La burocrazia europea che si complica da sola
Se il lettore fatica a orientarsi tra percentuali, clausole madri e sotto-clausole, non è colpa sua: è la natura stessa del meccanismo. Giorgetti lo ha riassunto così, arrivando alla Camera: “la clausola originaria era quella sulla difesa ed era l’1,5% all’anno. Quello che c’è di nuovo è che nell’ambito di questo 1,5% uno 0,3% l’anno, per un massimo di 0,6%, può essere dedicato alla sicurezza energetica”. Sulla componente energetica il governo punta a ottenere il massimo consentito: “noi sicuramente chiederemo tutto il massimo, quindi 0,3% più 0,3% uguale 0,6%”, ha detto il ministro, mentre sulla difesa ha scelto una misura più contenuta rispetto al tetto teorico: “per la parte di difesa invece non prenderemo il massimo e ci fermeremo a 0,9%”.
Il risultato pratico è che l’Italia si presenterà a Bruxelles con una richiesta che somma due voci di deficit aggiuntivo, calcolate su basi statistiche diverse, verificate con periodicità diversa e sottoposte a un doppio livello di sorveglianza. A questo si aggiunge l’obbligo, ricordato dallo stesso Giorgetti, di aggiornare la Commissione “due volte l’anno, entro il 15 aprile ed entro il 15 ottobre”, fornendo “informazioni utili al monitoraggio dell’attuazione degli interventi”. Un impianto che, più che garantire rigore, rischia di sommare strati di burocrazia a un quadro di finanza pubblica già di per sé complesso, spostando l’attenzione dal problema di fondo, cioè quanto lo Stato spende e con quali coperture reali, alla gestione tecnica di conti di controllo paralleli che convivono, senza sovrapporsi mai del tutto, con il deficit effettivo.
La sostanza arriverà solo con la manovra
Sul quando si saprà davvero come verranno impiegate le risorse, Giorgetti non lascia molti margini di ottimismo per chi cerca risposte immediate. Il ministro ha spiegato che “sarà necessario, ai fini del compiuto ricorso alle procedure oggetto delle presenti comunicazioni, poter disporre di informazioni aggiornate sull’andamento dei conti pubblici, che non saranno disponibili prima della fine del mese di settembre”. E ha aggiunto che la ripartizione concreta delle risorse “nei diversi esercizi finanziari” e la predisposizione delle norme attuative avverranno “con la prossima manovra di bilancio, solo successivamente all’approvazione della risoluzione” e “in attesa della approvazione della nuova disciplina contabile”. Solo allora, ha concluso, “il Parlamento delibererà il cosiddetto scostamento di bilancio”.
Fino a settembre, quindi, resterà in piedi solo l’annuncio: una richiesta di flessibilità che porta con sé più deficit, un impianto di sorveglianza più fitto e nessuna garanzia, per stessa ammissione del ministro, che l’Italia eviti la procedura per deficit eccessivo. Chi guarda ai conti pubblici con occhio liberale può apprezzare l’esclusione dei sussidi assistenzialisti sull’energia, ma difficilmente potrà scambiare questa operazione per un esercizio di disciplina di bilancio: è, più semplicemente, la conferma che ogni volta che Bruxelles apre uno spazio di manovra, i governi europei, Roma compresa, tendono a riempirlo per intero.
Enrico Foscarini, 5 agosto 2026
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