Economia

IL REPORT

Pensioni, con queste riforme risparmi fino a 600 miliardi

In uno studio Bcg le proposte per migliorare la situazione: conti individuali e fondi aziendali possono ridurre la spesa pubblica

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Nelle principali economie europee oltre un quarto della spesa pubblica è destinato alle pensioni. In Italia si arriva al 28% del totale, una quota che da sola racconta quanto il sistema pesi sui conti dello Stato. Il problema è destinato ad aggravarsi rapidamente. Oggi ci sono circa tre lavoratori per ogni pensionato, ma entro il 2070 il rapporto scenderà sotto quota due. Questo significa una base contributiva in contrazione e una pressione crescente su bilancio pubblico, debito e tassazione.

Un sistema che genera deficit strutturali

Il modello a ripartizione, dominante in Europa, mostra già oggi crepe evidenti. Nei principali Paesi – Germania, Francia, Italia e Spagna – le pensioni pubbliche registrano deficit annuali tra il 2% e il 6% del Pil.

In altre parole, i contributi versati dai lavoratori non bastano a coprire la spesa e la differenza viene finanziata con tasse o debito. È un meccanismo che trasferisce costi crescenti sulle finanze pubbliche e riduce lo spazio per altre politiche. Una questione che abbiamo approfondito poggiandoci sull’analisi del presidente del Centro Studi Itinerari previdenziali, Alberto Brambilla.

Il nodo centrale: meno spesa corrente, più capitale

La questione non è solo previdenziale, ma macroeconomica. Destinare una quota così elevata di risorse alla spesa corrente significa comprimere investimenti e crescita.

Il report del Bcg Henderson Institute stima che riforme mirate potrebbero generare tra 2.500 e 4.100 miliardi di euro di asset pensionistici entro il 2040, con risorse impegnabili in investimenti in Europa comprese tra 700 e 2.000 miliardi. Un ammontare che coprirebbe fino al 28% degli investimenti aggiuntivi ritenuti necessari per rilanciare la competitività europea. In questo senso, la riforma delle pensioni non è solo una misura di contenimento della spesa, ma una leva per liberare capitale.

Fondi pubblici: utili ma rischiosi per chi ha troppo debito

Una delle opzioni è la creazione di fondi pensione nazionali finanziati anche tramite debito. In alcuni Paesi questa soluzione ha funzionato: il fondo della Nuova Zelanda ha raggiunto circa il 20% del Pil, con rendimenti significativi nel lungo periodo.

Tuttavia, la sostenibilità dipende dalle condizioni fiscali. In Italia, con un debito intorno al 138% del Pil, lo spazio è limitato. Le simulazioni indicano che l’allocazione possibile sarebbe appena dello 0,1% del Pil annuo, troppo poco per generare effetti rilevanti e con il rischio che i costi del debito superino i rendimenti.

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Conti individuali: ridurre il peso dello Stato

Molto più incisivo è il modello dei conti individuali a capitalizzazione. soluzione liberale per eccellenza nonché marchio di fabbrica della Scuola di Chicago. Seguendo l’esempio svedese, una quota dei contributi – circa il 13,5% – viene investita in conti personali.

Secondo le stime, questo sistema potrebbe generare tra 0,8 e 1,1 trilioni di euro entro il 2040, pari al 5%-9% del Pil nei principali Paesi europei. Il vantaggio è doppio: da un lato si riduce il peso delle pensioni garantite dallo Stato, dall’altro si crea un patrimonio reale che cresce nel tempo grazie ai rendimenti. Anche considerando costi aggiuntivi iniziali, l’impatto sul debito è contenuto, tra 0,1% e 0,3% del PIL.

Pensioni aziendali: un potenziale da oltre 1.800 miliardi

Il secondo pilastro resta una delle leve più sottoutilizzate. In Europa la copertura è ancora limitata: in Germania solo il 23% dei lavoratori partecipa a schemi pienamente finanziati, in Spagna appena il 12%. Eppure, dove il sistema è sviluppato, i numeri sono impressionanti. Nei Paesi Bassi oltre il 90% dei lavoratori è coperto e gli asset pensionistici raggiungono circa il 150% del Pil.

Estendere e rafforzare questo modello potrebbe generare tra 0,7 e 1,8 trilioni di euro di asset entro il 2040. Risorse che oggi restano fuori dai mercati o vengono gestite in modo inefficiente.

Il caso italiano: margini limitati ma reali

In Italia il problema non è solo prospettico, ma già evidente nei numeri attuali. La spesa pensionistica certificata dall’Istat si attesta al 16,61% del Pil, ben oltre la media europea del 12,8%, e una parte rilevante di questa cifra è composta da trasferimenti che poco hanno a che vedere con i contributi effettivamente versati. Su 16,3 milioni di pensionati, circa 7,2 milioni ricevono prestazioni totalmente o parzialmente assistite, mentre quasi 3 milioni di pensioni risultano integrate al minimo. In molti casi, a fronte di versamenti limitati – spesso equivalenti a 14-15 anni di contributi effettivi – lo Stato interviene raddoppiando o più che raddoppiando l’assegno.

Questo squilibrio riduce drasticamente i margini di manovra. Con un debito pubblico elevato, l’Italia non può permettersi soluzioni basate su ulteriore spesa o leva finanziaria. Tuttavia, proprio per questo, diventa ancora più rilevante intervenire sulla struttura del sistema. Le simulazioni indicano che, rafforzando conti individuali e previdenza complementare, si potrebbero comunque accumulare tra 400 e 600 miliardi di euro di asset entro il 2040, pari al 16%-23% del PIL.

Meno Stato oggi per evitare più tasse domani

Il quadro che emerge è netto. Il sistema attuale non è sostenibile nel lungo periodo senza interventi correttivi. Continuare su questa strada significa accettare più debito, più tasse o tagli improvvisi in futuro.

Al contrario, aumentare la componente a capitalizzazione consente di ridurre gradualmente il peso della spesa pubblica, costruire risparmio reale e sostenere la crescita. La riforma delle pensioni, quindi, non è solo una questione di equità intergenerazionale. È una scelta decisiva tra un modello che consuma risorse e uno che le accumula.

Enrico Foscarini, 7 maggio 2026

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