La conferenza stampa con cui Antonio Filosa ha presentato i risultati preliminari del secondo semestre 2025 segna un punto di non ritorno nella strategia di Stellantis. Dietro il linguaggio prudente del management, emerge una realtà inequivocabile: l’elettrico è all’origine della più grave crisi industriale e finanziaria del gruppo franco-italiano, con oltre 22 miliardi di euro di svalutazioni legate a investimenti che non potranno essere ripagati dalle vendite.
È lo stesso amministratore delegato a riconoscerlo quando afferma che Stellantis sta “ridefinendo il nostro piano di prodotto e la nostra catena di fornitura di veicoli elettrici per riflettere in modo molto più realistico la domanda dei clienti e i cambiamenti normativi”, ammettendo che in precedenza vi è stata “una iniziale sopravvalutazione del ritmo di adozione dell’elettrificazione nelle regioni”.
Gli “errori del passato” e il reset forzato
Il concetto di reset ritorna più volte nelle parole di Filosa e non è casuale. Il CEO parla apertamente di “decisioni passate” che hanno generato “precedenti questioni operative”, spiegando che il gruppo sta intervenendo per “ridefinire l’esecuzione e migliorare i processi di gestione della qualità”. Tradotto: le scelte industriali imposte dalla corsa all’elettrico hanno prodotto inefficienze, ritardi e distruzione di valore.
Filosa lo ribadisce anche illustrando la ristrutturazione organizzativa, definita “un reset fondamentale per una crescita profittevole”, che passa non solo dalla revisione della struttura interna ma anche da un ripensamento dei rapporti con tutti gli stakeholder. Un reset che arriva solo ora, dopo che il conto degli investimenti sbagliati è già stato presentato.
Produzione ripensata perché l’elettrico non tira
Il nodo centrale resta la domanda. Filosa riconosce che Stellantis deve ridisegnare “la nostra produzione e la nostra gamma per rispondere ai diversi livelli di adozione dell’elettrico e rimediare agli errori del passato”. È una presa d’atto esplicita del fatto che i mercati non hanno seguito le traiettorie immaginate dai piani industriali e dai regolatori, soprattutto in Europa.
Il Ceo parla di segnali di ripresa nel secondo semestre 2025, ma li lega a un cambio di strategia e non certo alla conferma delle scelte precedenti. Quando afferma che “quello che abbiamo annunciato oggi è un reset” e che Stellantis sta “reimpostando in modo decisivo le attività”, certifica che il modello basato sull’elettrico come pilastro esclusivo non è più sostenibile.
I numeri che spiegano il disastro
Il mercato ha colto immediatamente la portata di questo cambio di rotta. Il titolo Stellantis è crollato fino al 28,7% a Piazza Affari, bruciando quasi 7 miliardi di capitalizzazione in una sola seduta. Una reazione violenta, alimentata dalla sorpresa per l’anticipo delle svalutazioni e soprattutto per il loro ammontare.
Nel secondo semestre 2025 il gruppo ha contabilizzato oneri per circa 22,2 miliardi di euro, che porteranno a una perdita netta preliminare compresa tra 19 e 21 miliardi. I ricavi sono stimati tra 78 e 80 miliardi, ma il risultato operativo rettificato è negativo, così come il free cash flow industriale. Di questi oneri, circa 6,5 miliardi si tradurranno in uscite di cassa nei prossimi quattro anni.
Il cambio di strategia ha conseguenze immediate anche per gli azionisti. Il Cfo Joao Laranjo ha chiarito che Stellantis “non sta pensando ad aumenti di capitale” visto che emetterà dei bond perpetui per rafforzarsi patrimonialmente, ma allo stesso tempo ha collegato lo stop ai dividendi per il 2026 “unicamente alle perdite attese nel 2025”, perdite che derivano direttamente dalla revisione della strategia sull’elettrico.
Una precisazione che smonta qualsiasi tentativo di presentare le svalutazioni come un semplice aggiustamento contabile: qui si tratta di valore distrutto, non di volatilità temporanea.
Gli Stati Uniti come eccezione
Nel quadro complessivo, Filosa individua negli Stati Uniti l’unica vera area di forza. “Il motore di crescita di Stellantis sono gli Usa”, afferma, sottolineando che gli ordini sono più che raddoppiati e la quota di mercato è in aumento. Non a caso, si tratta di un mercato dove l’elettrico non è stato imposto come soluzione dominante e dove ibrido e motori tradizionali restano centrali.
Il Ceo lega il successo futuro “al lancio dei nuovi prodotti” e alla capacità di rispettare tempi e qualità, segnalando implicitamente quanto le scelte forzate sull’elettrico abbiano complicato l’esecuzione industriale negli anni passati. Non è un caso che negli Stati Uniti (ma anche in America Latina) non si sia concretizzata tutta la spinta sull’elettrificazione cui si è assistito in Europa in questi anni. E, soprattutto, i costi sono
Stellantis come simbolo di una crisi europea
Il caso Stellantis non è isolato. È il simbolo più evidente di una crisi che attraversa l’intera industria automobilistica europea, travolta da investimenti miliardari su una domanda elettrica cresciuta molto meno del previsto. Volkswagen, Mercedes, Porsche e Ford Europe stanno tutte pagando, con forme diverse, lo stesso errore di fondo: aver costruito strategie industriali su ipotesi politiche anziché di mercato.
Un caso su cui pesa anche una responsabilità politica che non può più essere rimossa dal dibattito pubblico. Le parole di Filosa sulla “sopravvalutazione del ritmo di adozione dell’elettrificazione” vanno lette alla luce del quadro regolatorio imposto dalla Commissione europea, a partire dal Green Deal e dallo stop ai motori termici entro il 2035 (sebbene ora leggermente attutito). Un obiettivo fissato per legge come se il mercato, la tecnologia e i consumatori potessero essere piegati per decreto.
La realtà raccontata oggi da Stellantis è l’esatto contrario della narrazione di Bruxelles. I piani industriali sono stati costruiti inseguendo target politici rigidi, non segnali di domanda. Il risultato è una gigantesca allocazione inefficiente di capitale, con miliardi bruciati in piattaforme, modelli e filiere che non hanno trovato sbocco commerciale. Quando Filosa parla di “errori del passato” e di necessità di ridisegnare produzione e gamma, sta implicitamente certificando il fallimento di un’impostazione calata dall’alto.
Lo stop ai motori termici, così come concepito, non è una transizione ma una forzatura ideologica che ignora tempi tecnologici, costi industriali e preferenze dei consumatori. Continuare su questa strada significa condannare l’industria automobilistica europea a una perdita strutturale di competitività, mentre Stati Uniti e Cina mantengono approcci più pragmatici e flessibili.
Il caso Stellantis dimostra che tornare indietro è ormai una necessità, non una provocazione politica. Senza una revisione radicale del Green Deal e del bando ai motori termici, l’Europa rischia un’ecatombe industriale fatta di svalutazioni, chiusure di stabilimenti e delocalizzazioni. Non è il mercato ad aver fallito, ma l’illusione che la pianificazione normativa potesse sostituirsi alla domanda reale.
Una lezione costosa
Le parole di Filosa, lette insieme ai numeri, raccontano una storia chiara. Il “reset” di Stellantis non è una scelta strategica proattiva, ma una correzione obbligata dopo una colossale allocazione sbagliata di capitale. I 22 miliardi di svalutazioni sono il prezzo di una transizione guidata più dall’ideologia che dalla domanda reale.
E quel prezzo, oggi, appare definitivo.
Enrico Foscarini, 6 febbraio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


