Economia

IL CASO DI BORSA

Stellantis promette investimenti in Italia ma punta sull’Algeria

Tra promesse rinviate e nuovi poli produttivi, il gruppo invita la filiera automotive torinese a spostarsi in Nord Africa

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Solo pochi giorni fa, al tavolo automotive convocato al ministero delle Imprese, Stellantis ribadiva che “il nostro impegno per l’Italia continua”, confermando accordi già noti da tempo. Un nuovo modello a Melfi, però non prima del 2028, un incremento produttivo ad Atessa e l’assegnazione a Termoli del motore Gse Euro7. Impegni che, letti senza filtri, appaiono più come gestione del consenso politico che come un vero rilancio industriale nel breve periodo.

A fronte di una produzione in calo e di una filiera sempre più fragile, la distanza tra le dichiarazioni ufficiali e la realtà dei numeri resta ampia. Non sorprende che i sindacati abbiano parlato di assenza di risposte concrete, soprattutto dopo la drastica riduzione del fondo automotive, passato da 8 a 1,6 miliardi in cinque anni, senza vincoli stringenti sull’occupazione o sulla localizzazione degli investimenti.

La strategia reale: investire dove conviene

Le scelte successive del gruppo chiariscono meglio di qualsiasi comunicato stampa dove si stia spostando il baricentro industriale di Stellantis. La partecipazione all’incontro “Stellantis Algeria meets Turin companies”, promosso dall’Unione Industriali, va letta come un segnale netto. L’obiettivo è creare un indotto attorno allo stabilimento di Tafaroui, in Algeria, dove il gruppo ha già concentrato investimenti rilevanti.

Stellantis sostiene che “non si tratta di delocalizzazioni ma di un modello per il mercato algerino” e che l’ecosistema industriale nordafricano offrirebbe nuove opportunità alle aziende italiane. Una tesi coerente dal punto di vista aziendale, meno dal punto di vista del sistema produttivo nazionale, soprattutto se presentata mentre in Italia la capacità produttiva viene progressivamente compressa.

Torino simbolo di una contraddizione

La scelta di Torino come sede dell’iniziativa ha un valore simbolico difficile da ignorare. Parliamo di una città dove la cassa integrazione è ormai strutturale, dove molte aziende dell’indotto stanno aprendo procedure o affrontano problemi di sopravvivenza. Proprio mentre a Mirafiori la produzione della Fiat 500 ibrida, annunciata come ripartenza, è stata rinviata per problemi tecnici, rimandando in cassa integrazione circa 1.200 lavoratori.

È un cortocircuito evidente: da un lato si evocano investimenti futuri, dall’altro si invitano le imprese della componentistica a guardare altrove, verso Paesi con costi del lavoro più bassi e minori vincoli regolatori. Dal punto di vista di una multinazionale globale la scelta è razionale, ma per l’Italia significa accettare una progressiva marginalizzazione industriale.

Promesse italiane, priorità estere

Il punto non è demonizzare Stellantis, che agisce secondo logiche di mercato, ma smascherare l’ambiguità del racconto pubblico. Non è credibile sostenere che “con Stellantis va tutto bene” mentre la produzione nazionale precipita e il cuore strategico del gruppo si sposta stabilmente verso il Nord America e il Nord Africa.

Se l’Italia vuole restare un Paese industriale, il nodo non è chiedere fedeltà patriottica a una multinazionale, ma interrogarsi su quanto siano ancora competitive le condizioni offerte e su quale ruolo si intenda assegnare all’automotive nella politica economica nazionale. Continuare a confondere promesse di lungo periodo con investimenti immediati rischia solo di rendere il declino più silenzioso, ma non meno reale.

Enrico Foscarini, 3 febbraio 2026

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