Economia

IL TESORO CONTRO TUTTI

Perché l’Italia supera il deficit/pil? Il M5S chieda a Conte: “Colpa del superbonus”

Il ministro chiede flessibilità all'Europa sui conti: "Se non la otterremo, faremo da soli". Poi attacca l'Istat e la sinistra anti-italiana "Solo qui si tifa contro la Nazionale"

Giancarlo Giorgetti Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

C’è un dato che più di tutti fotografa la realtà della finanza pubblica italiana, ed è quello che il ministro Giancarlo Giorgetti ha messo nero su bianco: senza il peso del Superbonus, la traiettoria del debito sarebbe stata discendente. Non è un dettaglio tecnico, ma il cuore del problema. “I dati del debito del 2025, 2026 e 2027 risentono ancora del vecchio Superbonus, a noi pesa per 40 miliardi nel 2026 e poi ci sarà la coda ancora di 20 miliardi nel 2027. Senza questi dati l’andamento sarebbe stato discendente”, ha spiegato con chiarezza. È una frase che smonta mesi di narrazione: non è la gestione attuale dei conti a frenare l’Italia, ma l’eredità di una misura che continua a produrre effetti pesanti.

Quella “coda” non è solo contabile, ma concreta. Giorgetti ha ricordato come la scadenza del 31 dicembre abbia generato una “montagna di fatture”, oggi sotto verifica da Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate, con “notevolissime anomalie” già riscontrate. Un passaggio che chiarisce un punto spesso rimosso nel dibattito pubblico: il Superbonus non è solo costoso, ma anche opaco in molte sue applicazioni. Una risposta, quella del ministro, agli attacchi arrivati oggi dal Movimento Cinque Stelle dopo i dati Eurostat che hanno fissato al 3,1% l’asticella del deficit/Pil italiano, lasciando così il Belpaese nelle sacche della procedura di infrazione. “Poco sarebbe cambiato, infatti, tra il 3,1% e il 2,99%, visto il catastrofico azzeramento della crescita a cui il governo ha inchiodato il Paese con la firma del Patto di stabilità e tutte le politiche di austerità che l’hanno accompagnato. Elevare a fine il famoso avanzo primario, ovvero la differenza tra entrate e uscite dello Stato al netto degli interessi sul debito, è stato l’errore concettuale e filosofico di cui Meloni e il ministro Giorgetti dovranno rispondere. Giorgetti ha sperato fino all’ultimo di salvarsi la faccia e di appuntarsi la coccarda di risanatore dei conti, non curandosi neanche del costo al quale stava perseguendo questo obiettivo contabile e ragionieristico”, hanno scritto in una nota i parlamentari del M5s delle commissioni Bilancio, Finanze e Attività produttive di Camera e Senato. “Alla fine, polverizzando la crescita, il titolare del ministero dell’Economia ha fatto sballare anche gli obiettivi di debito e deficit – proseguono – Ma in realtà ha fatto qualcosa di enormemente più grave: ha inflitto al Paese anni di stagnazione, di crollo della produzione industriale, di sciagurata moderazione salariale. Tutto è stato fatto sull’altare di quell’austerità che, come sempre, alla fine non ha permesso nemmeno di raggiungere gli obiettivi contabili minimi”. Già, peccato però quel fardello del Superbonus che per il ministro sta ancora “producendo effetti pesanti” sui conti pubblici.

Deficit, regole Ue e il paradosso italiano

Nel Documento di finanza pubblica il quadro è netto: debito al 137,1% nel 2025, al 138,2% nel 2026, al 138,5% nel 2027, prima di una lieve discesa. Ma ancora una volta, il fattore distorsivo resta il Superbonus.

E qui si innesta il tema della mancata uscita dalla procedura di infrazione. Il famoso 3-3,1% non è solo una soglia, ma una linea politica. “Come diceva Boskov rigore è quando l’arbitro fischia”, ha detto Giorgetti, con un realismo che non lascia spazio a illusioni. Le regole europee si applicano, anche quando risultano penalizzanti.

Ma il passaggio più politico è un altro, ed è difficilmente ignorabile: “In questo Paese ci sono anche dirigenti sportivi che esultano per l’eliminazione della nazionale… è evidente che ci siano tanti che esultino perché una decisione di questo tipo vada contro gli interessi nazionali”. Parole pesanti, che aprono una frattura evidente. Non è solo una questione economica, ma anche di atteggiamento verso il sistema Paese.

Il nodo Istat e la rigidità che pesa sui conti

Dentro questa dinamica si inserisce anche il ruolo dell’Istat, guidato da Francesco Maria Chelli. Formalmente inattaccabile, sostanzialmente al centro di una polemica crescente.

La questione è tecnica ma decisiva: la contabilizzazione di alcune poste legate ai bonus edilizi avrebbe potuto consentire una diversa lettura del deficit. Una possibilità prevista dalle regole, non una forzatura. Eppure quella strada è stata chiusa.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Italia resta nella procedura per una manciata di decimali, rinunciando a margini di bilancio stimati in miliardi. Qui il tema diventa politico nel senso più ampio: quanto pesa un’interpretazione rigida quando il contesto economico è tutt’altro che normale?

Giorgetti non esclude l’iniziativa unilaterale

Il contesto globale, del resto, è tutt’altro che stabile. Guerra in Ucraina, tensioni energetiche, dazi e shock sui prezzi: “Non vediamo circostanze normali ma di tipo totalmente eccezionale”, ha chiarito Giorgetti.

È su questo terreno che si gioca la partita con l’Europa. “Io non ho chiesto deroghe, ma che l’Europa sia flessibile, non rilassata, non è accettabile la rigidità di fronte a un mondo completamente cambiato”, ha detto in conferenza stampa. Una richiesta che riflette una visione liberale e pragmatica: le regole devono adattarsi alla realtà, non il contrario.

E se questa flessibilità non dovesse arrivare? La risposta è altrettanto chiara: “Ci muoveremo da soli? Non lo escluderei”, ha replicato. Non è una minaccia, ma una presa d’atto. In un’economia sotto pressione, l’inazione non è un’opzione.

Crescita debole e priorità reali: energia e inflazione

Nel frattempo, il quadro macroeconomico si fa più fragile. Il Pil 2026 e 2027 è stato rivisto al ribasso allo 0,6% dallo 0,7%, mentre il deficit sale leggermente. Ma anche qui il ministro evita ogni narrazione edulcorata: “Se aumentano i prezzi dell’energia e dell’inflazione non posso dire che non è cambiato niente”.

La priorità è chiara: contenere l’impatto dei costi energetici e dei carburanti, soprattutto per settori chiave come il trasporto. “È uno dei driver principali di tensioni inflazionistiche”, ha spiegato, sottolineando anche il rischio di comportamenti speculativi.

In parallelo, resta aperto il dossier strategico dell’energia, incluso il nucleare, definito una questione di “sovranità nazionale e sicurezza nazionale”. Un passaggio che lega economia e geopolitica, confermando una visione di lungo periodo.

Una questione che va oltre i numeri

Il punto finale è forse il più importante. L’Italia non è in difficoltà per una gestione fuori controllo dei conti, ma per una combinazione di eredità pesanti, rigidità regolatorie e scelte interpretative. Il paradosso è evidente: un Paese con avanzo primario e conti in miglioramento resta bloccato da una soglia aritmetica e da letture restrittive. In questo scenario, le parole di Giorgetti suonano come una linea di confine: responsabilità sì, ma non a costo di immobilismo. E soprattutto, emerge una questione politica che va oltre la finanza pubblica: quando anche dentro i confini nazionali si fatica a fare sistema, il problema non è più solo economico, ma culturale.

Enrico Foscarini, 22 aprile 2026

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Iscrivi al canale whatsapp di nicolaporro.it
L'inferno è pieno di buone intenzioni