MANI IN TASCA

Bitcoin, arriva la tassa di Stato!

La manovra colpisce le criptovalute con aliquote fino al 33%, creando confusione nel mercato italiano

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La legge di Bilancio 2025 e quella per il 2026 mettono nel mirino gli investitori in criptovalute e stablecoin, cercando di stabilire un quadro fiscale in un settore in piena espansione grazie al successo del Bitcoin, ma lo fa con misure che generano confusione e incertezza. Il governo distingue tra stablecoin in euro e altre criptovalute principali, imponendo regole differenti e spesso contraddittorie.

Stablecoin in euro: tassa al 26%, ma chi le trova?

Le stablecoin denominate in euro continueranno a essere tassate al 26% sui rendimenti e plusvalenze derivanti da detenzione, cessione o impiego, evitando l’incremento al 33% previsto per altre criptovalute dal 2026.

Francesco Avella, partner dello studio Avella & Associati, osserva: “Dal punto di vista tecnico e fiscale, se la norma venisse approvata così com’è, creerebbe svariati dubbi interpretativi e avrebbe un ambito di applicazione quasi insignificante“. La conversione tra stablecoin e euro risulta praticamente irrilevante fiscalmente, rendendo la norma quasi teorica.

Davide Zanichelli, analista informatico ed ex deputato M5s, aggiunge che il riconoscimento delle euro-stablecoin è positivo, ma la loro reale disponibilità è scarsa. Secondo l’esperto di criptovalute, la norma mira a canalizzare risorse verso l’area euro, riducendo la dipendenza dal dollaro e potenzialmente contribuendo a monetizzare il debito pubblico, ma la mancanza di chiarezza genera dubbi sul funzionamento reale.

Bitcoin ed Ethereum al 33%: una punizione ingiusta

Il vero colpo arriva per chi detiene Bitcoin, Ethereum e altre cripto principali: la legge conferma un’aliquota del 33% sulle plusvalenze, superiore a quella di azioni, obbligazioni ed Etf. Una misura che gli esperti definiscono punitiva e discriminatoria.

Ferdinando Ametrano, Ceo di CheckSig, afferma: “L’aumento al 33% è figlio di un pregiudizio culturale verso un settore percepito come speculativo. Penalizzare le cripto-attività solo perché nuove viola l’equità fiscale e lo spirito della tutela costituzionale”.

Zanichelli aggiunge che il rischio è un vero cortocircuito normativo: “L’attuale formulazione, già criticata per la disparità di trattamento rispetto agli Etf rischia di spingere gli investitori a sottrarre capitali dal monitoraggio, favorendo operatori esteri o self custody”.

Il mercato italiano rischia la fuga di capitali

Gli effetti pratici delle norme sono diversi. La tassazione sulle stablecoin avrà impatto limitato, vista la scarsità di asset conformi. La tassa al 33% sulle criptovalute, invece, potrebbe raffreddare il mercato, incentivando la delocalizzazione di capitali e scoraggiando gli investitori onesti.

Secondo Zanichelli, “questo approccio favorisce l’emigrazione di capitali, indebolendo le startup nazionali e lasciando il campo ai colossi esteri del fintech. Una proroga dell’attuale aliquota del 26% fino al 2027 sarebbe la soluzione più sensata”.

Una norma confusa che penalizza chi investe

Le ultime due leggi di Bilancio tentano di regolamentare le attività digitali, ma lasciano irrisolte numerose criticità. La norma sulle stablecoin appare quasi teorica, mentre la tassazione al 33% sulle criptovalute rischia di punire gli investitori e frenare l’innovazione.

Zanichelli suggerisce anche vantaggi fiscali ulteriori per le euro-stablecoin, con aliquote ridotte, simili a quelle dei titoli di Stato, per rafforzare il loro ruolo di riserva di valore e attrarre liquidità in euro. Infine, propone l’istituzione di un Tavolo permanente di controllo e vigilanza con autorità e associazioni di settore per creare un quadro normativo chiaro, competitivo e trasparente.

La sfida per l’Italia resta trovare un equilibrio tra chiarezza normativa e competitività fiscale, evitando provvedimenti che confondono o scoraggiano chi vuole investire in un settore digitale in forte crescita.

Enrico Foscarini, 20 novembre 2025

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