Per centinaia di migliaia di dipendenti pubblici potrebbe avvicinarsi una svolta attesa da anni: la liquidazione potrebbe finalmente essere pagata in tempi normali, senza attese che oggi arrivano perfino a sette anni dopo il pensionamento.
Con la sentenza numero 25 la Corte costituzionale ha lanciato un vero e proprio ultimatum al legislatore: il Parlamento ha un anno di tempo per superare il sistema di pagamento differito e rateizzato del trattamento di fine servizio (Tfs) che riguarda gli statali.
Si tratta di un meccanismo introdotto oltre quindici anni fa, durante la crisi dello spread, dal governo Monti con l’obiettivo di proteggere i conti pubblici. Doveva essere una misura temporanea. Nel tempo, però, è diventata la regola, con conseguenze pesanti per chi lascia il lavoro nella pubblica amministrazione.
Nel settore privato la situazione è molto diversa: il trattamento di fine rapporto viene accreditato in tempi brevi, spesso nel giro di pochi giorni o settimane.
Oggi l’attesa può arrivare fino a 7 anni
Il sistema attuale prevede tempi lunghi e pagamenti dilazionati. In molti casi gli ex dipendenti pubblici devono aspettare anni prima di ricevere l’intera liquidazione, nonostante si tratti di somme maturate durante tutta la vita lavorativa.
La Corte costituzionale si era già pronunciata sulla questione con due precedenti sentenze, la numero 159 del 2019 e la numero 130 del 2023, invitando il legislatore ad allineare i tempi di pagamento del Tfs a quelli del settore privato.
Finora però gli interventi sono stati limitati. L’ultima legge di Bilancio ha previsto soltanto una riduzione marginale dei tempi: dal 2027 la prima rata della liquidazione dovrebbe arrivare dopo nove mesi dalla cessazione del servizio invece che dodici.
Per la Consulta si tratta di un intervento insufficiente.
Serve una riforma vera del Tfs
Nell’ordinanza depositata ieri, i giudici costituzionali osservano che non è stato ancora avviato “in modo sostanziale” un percorso di superamento dei ritardi nel pagamento del Tfs.
Allo stesso tempo la Corte segnala che il sistema attuale entra in tensione con l’articolo 36 della Costituzione, che tutela la retribuzione del lavoro.
Nonostante questo, la Consulta ha scelto di non dichiarare subito l’incostituzionalità della norma. Una decisione che nasce dal timore di un impatto immediato e molto pesante sui conti pubblici.
Se la norma fosse cancellata oggi, infatti, tutti gli aventi diritto potrebbero chiedere subito il pagamento integrale delle somme maturate.
Secondo i calcoli dell’Inps presentati alla Corte, il costo per lo Stato potrebbe oscillare tra 4,2 e 15,6 miliardi di euro.
Per questo motivo la Consulta ha deciso di rinviare il giudizio definitivo all’udienza fissata per il 14 gennaio 2027, dando nel frattempo al Parlamento il tempo necessario per costruire una riforma che elimini gradualmente il meccanismo attuale.
Il paradosso dell’anticipo bancario
Nel frattempo molti ex dipendenti pubblici si trovano davanti a un paradosso. I soldi della liquidazione sono già maturati, ma per ottenerli subito devono rivolgersi alle banche e pagare interessi.
Gli istituti di credito offrono infatti anticipi del Tfs o del Tfr fino a 45mila euro, applicando un tasso calcolato sulla base del rendistato più uno spread dello 0,5%.
Con il rendistato che negli ultimi dati della Banca d’Italia si colloca poco sotto il 3%, un anticipo di questo tipo può costare circa 1.500 euro di interessi.
In altre parole, chi non vuole aspettare anni per ricevere ciò che gli spetta deve pagare per avere subito il proprio denaro.
Il nodo politico
Il vero nodo resta politico. Il sistema attuale è nato nel pieno della crisi finanziaria per ridurre la pressione immediata sui conti pubblici, ma negli anni si è trasformato in una struttura permanente.
Ora la Consulta ha chiarito che quel meccanismo non può restare indefinitamente in vigore.
Entro il 2027 il Parlamento dovrà trovare una soluzione capace di riportare normalità nel pagamento delle liquidazioni degli statali. Una partita complessa, perché significa restituire subito risorse già maturate dai lavoratori, ma anche gestire l’impatto sui conti dello Stato.
Enrico Foscarini, 8 marzo 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


