Il Forum Teha di Cernobbio ha da sempre rappresentato il tempietto laico dell’establishment economico e finanziario, un punto di ritrovo per l’imprenditoria che produce, crea ricchezza e guarda ai mercati globali con spirito aperto e competitivo. Vedere Roberto Vannacci, fondatore e guida di Futuro Nazionale, salire su quel palco con la pretesa di accreditarsi dinanzi a una platea di manager e banchieri significa non aver compreso l’ABC della geografia politica ed economica. Per un uomo dalla rigorosa formazione militare, capace teoricamente di valutare il terreno e le forze in campo prima di ingaggiare una battaglia, la sortita nella Sala Impero si è trasformata in un clamoroso errore strategico, risolvendosi in una consegna a mani legate nelle braccia dell’avversario.
La trappola della platea e lo scontro con Mario Monti
A Villa d’Este la curiosità iniziale per il generale era innegabile, ma sono bastati pochi minuti di confronto per far emergere l’incompatibilità radicale tra il suo programma e la cultura d’impresa. Confrontandosi con Mario Monti sul tema dell’Europa, Vannacci ha esplicitato la sua linea d’attacco definendo l’unanimità nell’Unione europea non come una patologia ma come una «garanzia utile a impedire che ventisei stati comandino sul ventisettesimo». Un’impostazione rigidamente nazionalista proseguita con la critica ai parametri comunitari e l’evocazione dei modelli di chi ha detto no all’integrazione. Nel suo scenario di palingenesi geopolitica, il generale ha tracciato quadri apocalittici sostenendo che «Starmer è già caduto, Macron cadrà fra poco, Merz non sappiamo se mangerà il panettone», arrivando a bollare come schizofrenica l’assistenza all’Ucraina e proponendo di dirottare i fondi per il riarmo verso un progetto di natalità continentale. La replica di Monti ha incassato l’applauso della platea, isolando l’ospite e rilevando come nel suo programma permanga la «ricostruzione della narrativa e della retorica dello spirito del fascismo», fino alla stoccata secondo cui, arrivando al governo, il generale finirebbe per violare palesemente la Costituzione.
Un’agenda economica tra autarchia e dirigismo
Il vero cortocircuito non risiede solo nello scontro verbale sul modello europeo, ma nell’essenza stessa dell’agenda economica che Futuro Nazionale pretende di offrire al Paese. Chi fa impresa e produce PIL sa bene che lo sviluppo non si genera per decreto statale né tantomeno con le ricette di un pianificatore centrale. Il manifesto economico del generale trasuda un dirigismo fuori dal tempo, fondato sul miraggio del calmiere dei prezzi dell’energia per famiglie e aziende e sul ritorno alla dipendenza dal gas russo a basso costo. Proporre l’ora legale permanente come panacea per la crisi energetica o la chiusura protezionistica delle filiere significa ignorare le dinamiche dei mercati aperti e della concorrenza globale. Chi promuove il libero mercato cerca deregulation, attrattività per i capitali esteri e flessibilità, non certo una politica di interventi calmierati che strozza l’offerta e devia le risorse verso sussidi a pioggia.
L’illusione della moneta fiscale
Ciò che risulta ancora più indigesto per la platea di Cernobbio è il ricorso all’alchimia finanziaria della moneta fiscale. Immaginare la creazione di Certificati di Credito Fiscale emessi dallo Stato e lasciati circolare su base volontaria tra privati come mezzo di pagamento parallelo all’Euro rappresenta un’illusione pericolosa. Oltre a violare apertamente l’articolo centoventotto del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, che garantisce il monopolio della politica monetaria alla Banca Centrale Europea, questo meccanismo mina la certezza del diritto e la stabilità contabile. Pretendere di stimolare la domanda aggregata creando moneta dal nulla senza generare debito è una pia illusione: le rigide normative contabili europee finirebbero per classificare immediatamente questi titoli come debito pubblico pagabile, appesantendo i conti dello Stato e provocando una reazione immediata dei mercati e delle istituzioni comunitarie.
La sconfitta strategica del generale a Villa d’Este
L’esito dell’incursione a Cernobbio era ampiamente prevedibile per chiunque conosca il valore del libero mercato, della responsabilità fiscale e del rispetto dei vincoli internazionali. La platea di Villa d’Este ha tributato caldi applausi alle sferzate di Monti, riservando al generale soltanto un silenzio quasi scolastico e un distaccato battimani di cortesia. Accettare questo ingaggio senza disporre di una proposta credibile per l’economia di mercato si è rivelato un suicidio tattico. Vannacci si è presentato nel tempio del capitalismo italiano con un bagaglio di ricette stataliste, antieuropeiste ed eterodosse, finendo per offrire ai suoi detrattori il palcoscenico ideale per smontarne la credibilità politica. Un vero stratega avrebbe evitato di combattere una battaglia persa in partenza su un terreno totalmente sfavorevole.
Enrico Foscarini, 6 settembre 2026
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