Il campo largo si scopre improvvisamente molto meno green di quanto ami raccontare. La retorica sulla transizione ecologica è una cosa, accettare che per realizzarla servano impianti, reti, batterie e infrastrutture è un’altra. E così, mentre il centrosinistra continua a considerare il nucleare quasi una bestemmia politica, una parte dello stesso schieramento alza le barricate anche contro eolico e fotovoltaico. Un paradosso che diventa particolarmente evidente in Sardegna, dove la politica sull’energia della Regione guidata da Alessandra Todde è finita nel mirino di scienziati, ricercatori e persino di esponenti dell’area progressista.
Da oltre due mesi e mezzo, infatti, i vertici di Partito Democratico e Movimento 5 Stelle hanno scelto il silenzio davanti alla lettera-appello sottoscritta da ricercatori e scienziati ecologisti per chiedere un confronto sulla gestione delle rinnovabili nell’isola. Una cautela che stride con la consueta disponibilità del campo largo a denunciare ogni ritardo sulla transizione energetica. Il problema è che, quando la transizione passa dalla propaganda ai cantieri, il quadro cambia rapidamente.
Ostruzionisti anche con la transizione green
La vicenda sarda mette in luce una contraddizione più generale. Non basta dichiararsi favorevoli alle energie pulite per essere davvero ambientalisti. Se ogni parco eolico viene contestato perché modifica il paesaggio, ogni impianto fotovoltaico diventa una minaccia al territorio e perfino le infrastrutture necessarie per accumulare l’energia vengono sottoposte a nuovi veti, la transizione rischia di rimanere confinata alle conferenze stampa.
In questo senso, l’atteggiamento assunto dalla Regione Sardegna è diventato un caso politico. La strategia di contrasto ai nuovi impianti è stata accompagnata da ricorsi davanti alla Corte costituzionale e al Consiglio di Stato, alimentando il confronto sul rapporto tra tutela del paesaggio e necessità di aumentare la produzione energetica nazionale da fonti rinnovabili.
Il punto non è sostenere che ogni progetto debba essere approvato senza controlli. Una politica seria deve valutare impatto ambientale, consumo di suolo, tutela del paesaggio e ricadute sui territori. Ma una cosa è regolare gli impianti, altra cosa è trasformare ogni autorizzazione in una battaglia ideologica. Perché se l’obiettivo è ridurre le emissioni e diminuire la dipendenza dalle fonti fossili, prima o poi bisogna decidere dove costruire gli impianti che producono energia.
Il paradosso delle batterie
Il cortocircuito diventa ancora più evidente davanti all’ipotesi di bloccare anche la realizzazione dei capannoni destinati ai sistemi di accumulo. Le batterie su larga scala non sono infatti un elemento estraneo alla transizione energetica: servono proprio a immagazzinare l’elettricità prodotta da eolico e fotovoltaico quando la produzione supera la domanda, rendendola disponibile quando serve.
Ostacolare contemporaneamente gli impianti rinnovabili e le infrastrutture necessarie a gestirne la produzione significa dunque rischiare di costruire una transizione energetica soltanto sulla carta. È la classica situazione in cui ogni singolo vincolo può essere difeso in nome di un principio condivisibile, ma la somma dei vincoli finisce per rendere impossibile il risultato dichiarato.
E qui emerge una questione che riguarda l’intero dibattito ambientale italiano. Se ogni infrastruttura ha un impatto, allora nessuna transizione è possibile. Le pale eoliche occupano spazio, i pannelli solari modificano il territorio, le batterie richiedono aree e materiali, le reti elettriche devono essere potenziate. Anche il nucleare, peraltro, ha bisogno di siti, infrastrutture e procedure autorizzative. L’alternativa è continuare a utilizzare gas e importare energia, con costi economici e geopolitici che non scompaiono semplicemente perché si preferisce non parlarne.
Da AVS a Più Europa: il fronte dei contrari ai veti
Il dato politicamente più interessante è che non tutto il centrosinistra sembra disposto a seguire questa strada. Alleanza Verdi e Sinistra, Più Europa e Italia Viva hanno infatti raccolto l’appello degli scienziati e mostrato maggiore disponibilità al confronto.
Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno dato rapidamente disponibilità a incontrare i promotori dell’iniziativa, partecipando successivamente a un webinar dal Transatlantico di Montecitorio. Sulla stessa linea si è mossa Raffaella Paita, capogruppo di Italia Viva al Senato.
Anche il segretario di Più Europa, Riccardo Magi, ha evidenziato il problema senza troppi giri di parole: “La transizione energetica si fa con azioni di governo concrete, talvolta complesse, ma non rimandabili”. Magi ha inoltre parlato di una “contraddizione profonda” nel comportamento di amministratori locali progressisti che finiscono per bloccare indiscriminatamente i progetti sulle rinnovabili.
È una posizione che, al di là delle appartenenze politiche, mette il dito nella piaga. Una politica energetica pragmatica dovrebbe partire dagli obiettivi e poi scegliere gli strumenti per raggiungerli, non stabilire a priori quali tecnologie siano moralmente accettabili e quali invece debbano essere respinte.
Grillo contro i veti: l’attacco che imbarazza Conte
A rendere ancora più complicata la posizione del Movimento 5 Stelle è intervenuto anche Beppe Grillo, proprio mentre continua la sua guerra politica con Giuseppe Conte per il controllo del Movimento. Dal suo blog, il fondatore pentastellato ha attaccato frontalmente l’uso della tutela paesaggistica come argomento per frenare le rinnovabili.
La metafora scelta da Grillo è particolarmente significativa: “Nessuno contesta gli estintori nei musei: stonano con quadri del ’500 e i palazzi storici ma li accettiamo perché proteggono opere e persone. Perché allora le pale eoliche, che proteggono il nostro futuro, dovrebbero deturpare il paesaggio?”
Al di là del personaggio e delle sue ragioni nella sfida interna al Movimento, il ragionamento pone una questione tutt’altro che marginale. La tutela dell’ambiente non può trasformarsi nella tutela dell’immobilismo. Se si pretende di sostituire le fonti fossili con tecnologie a basse emissioni, bisogna accettare che anche queste abbiano un impatto sul territorio e trovare il modo di governarlo, non utilizzarlo come pretesto per bloccare tutto.
Il vero problema del campo largo
Ed è qui che il campo largo rischia di svelare il proprio paradosso. Il rifiuto del nucleare è già un limite importante per un Paese che vuole decarbonizzare mantenendo una base industriale competitiva. Ma se allo stesso tempo si comincia a dire no anche a eolico, fotovoltaico, accumuli e infrastrutture energetiche, il problema diventa molto più serio.
Perché a quel punto non si tratta più di scegliere quale tecnologia utilizzare. Si tratta di opporsi alla costruzione di qualsiasi tecnologia che abbia un impatto concreto sul territorio. È una posizione che può apparire ambientalista nel linguaggio, ma che rischia di produrre l’effetto opposto nella realtà: meno produzione nazionale, maggiore dipendenza dalle importazioni e più difficoltà per famiglie e imprese alle prese con costi energetici elevati.
Un approccio davvero liberale e liberista dovrebbe partire da un principio semplice: lasciare spazio alla concorrenza tra tecnologie, invece di decidere politicamente quali debbano essere ammesse e quali no. Il compito dello Stato dovrebbe essere fissare regole chiare, valutare gli impatti e garantire tempi autorizzativi ragionevoli. Non trasformare ogni nuovo impianto in una guerra ideologica.
Il caso Sardegna, dunque, va oltre lo scontro tra Todde e il governo o le divisioni interne al centrosinistra. Mostra una contraddizione che riguarda l’intero ambientalismo italiano: tutti vogliono l’energia pulita, purché l’impianto venga costruito altrove. Ma una transizione energetica fatta di soli slogan non produce un solo kilowattora. E nemmeno una politica che dice no al nucleare e contemporaneamente mette ostacoli a eolico e fotovoltaico può essere credibilmente presentata come una politica davvero green.
Enrico Foscarini, 11 agosto 2026
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