GOVERNO IN CONFUSIONE

Energia: la soluzione contro il caro-prezzi non è il solito bonus

La crisi energetica spinge i carburanti oltre i 2 euro. Tra accise mobili e bonus selettivi, ecco perché le misure proposte non risolvono davvero il problema

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benzina urso

La nuova fiammata dei prezzi energetici riporta al centro del dibattito il costo dei carburanti. Con benzina e diesel ormai stabilmente sopra la soglia psicologica dei due euro al litro, il governo studia contromisure mentre sullo sfondo si allarga la crisi geopolitica legata al Medio Oriente. Tra ipotesi di bonus selettivi e il ritorno del dibattito sulle accise mobili, la politica sembra muoversi ancora una volta tra interventi emergenziali e soluzioni di corto respiro, mentre il mercato dell’energia resta dominato da fattori globali difficili da controllare.

Il rischio di una crisi energetica più grave

Le grandi compagnie petrolifere statunitensi non nascondono la loro preoccupazione. In una serie di incontri alla Casa Bianca, gli amministratori delegati di Exxon Mobil, Chevron e ConocoPhillips hanno avvertito l’amministrazione guidata da Donald Trump che la crisi energetica legata alla guerra con l’Iran potrebbe peggiorare. Il nodo principale resta lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più delicati per il traffico mondiale di petrolio.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, i vertici delle compagnie hanno spiegato che eventuali interruzioni nei flussi energetici provenienti da quell’area continuerebbero a generare forte volatilità nei mercati globali. Il timore è che la tensione geopolitica si traduca in un aumento strutturale dei prezzi, con effetti a catena su inflazione, trasporti e costi industriali.

Le riserve strategiche per calmare i mercati

Nel tentativo di contenere l’impennata dei prezzi, l’Agenzia internazionale dell’energia ha deciso un intervento senza precedenti. L’organizzazione ha annunciato il rilascio di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche, il più grande nella sua storia.

Secondo l’Agenzia, il petrolio dovrebbe arrivare rapidamente sui mercati: in Asia e Oceania il rilascio sarà immediato, mentre nelle Americhe e in Europa le scorte saranno rese disponibili a partire dalla fine di marzo. Complessivamente il piano prevede oltre 170 milioni di barili provenienti dal continente americano, circa 110 milioni dall’area Asia-Pacifico e una quota analoga dall’Europa.

L’obiettivo è ridurre le tensioni sui mercati e limitare l’escalation dei prezzi energetici. Tuttavia si tratta di una misura temporanea, pensata per tamponare l’emergenza più che per risolvere gli squilibri strutturali tra domanda e offerta.

La sicurezza dello Stretto di Hormuz divide gli alleati

Parallelamente alla crisi energetica si muove anche il fronte militare e diplomatico. Donald Trump ha chiesto ai Paesi alleati di contribuire alla sicurezza dello Stretto di Hormuz inviando unità navali per garantire il passaggio delle petroliere. Finora però la risposta internazionale è stata fredda. Dall’Europa all’Asia prevale la prudenza. Teheran ha invitato la comunità internazionale ad “astenersi da qualsiasi azione che possa portare a un’escalation”, mentre diversi governi temono di essere trascinati direttamente nel conflitto. La Corea del Sud è stata l’unica ad aprire alla richiesta americana, limitandosi comunque a esaminarla con attenzione. Il Giappone ha sottolineato che una decisione simile richiederebbe “valutazioni approfondite” e che “l’asticella è molto alta”.

Anche in Europa la discussione è complessa. A Bruxelles si valuta un possibile rafforzamento dell’operazione navale Aspides nel Mar Rosso, missione che ha l’obiettivo di proteggere il traffico commerciale dagli attacchi degli Houthi. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che l’Italia è pronta a “rafforzare la missione per tutelare i commerci”, pur mantenendo la linea di evitare un coinvolgimento diretto nello Stretto di Hormuz. Non tutti però condividono questa strategia. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul si è detto “molto scettico”, sostenendo che la missione navale europea “non è stata efficace nemmeno nel Mar Rosso”.

Il dibattito italiano: accise mobili o bonus

Mentre la crisi internazionale spinge verso l’alto il prezzo dei carburanti, in Italia si riaccende lo scontro sulle misure per contenere i rincari. Il governo sembra orientato verso un nuovo bonus anti-rincari destinato alle famiglie con Isee sotto i 15mila euro, insieme a interventi fiscali per le imprese più esposte alla crisi energetica. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha spiegato che contro il caro-carburanti ci saranno “interventi compensativi mirati e quindi più efficaci a favore delle famiglie meno abbienti, dell’autotrasporto e delle imprese”.

La scelta di escludere un taglio generalizzato delle accise nasce anche dall’esperienza del 2022. Urso ha ricordato che la riduzione decisa durante il governo Draghi “costò allo Stato circa un miliardo al mese e non raggiunse l’obiettivo: l’inflazione continuò a crescere”. Dall’opposizione, però, si torna a chiedere l’introduzione delle cosiddette accise mobili. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein sostiene che “gli italiani non vogliono pagare le guerre illegali di Trump e Netanyahu” e propone un meccanismo che restituisca automaticamente ai cittadini l’extragettito fiscale quando il prezzo dei carburanti supera determinate soglie.

Perché accise mobili e bonus non risolvono il problema

Nel dibattito politico si alternano ricette diverse, ma il punto centrale resta lo stesso: nessuna di queste misure affronta davvero la causa dei rincari. Le accise mobili, spesso presentate come soluzione automatica, funzionerebbero di fatto come un sistema di compensazione fiscale che lo Stato dovrebbe coprire con nuove entrate o con maggiore debito. Allo stesso modo, i bonus selettivi rischiano di trasformarsi nell’ennesimo intervento redistributivo limitato a una parte della popolazione, lasciando scoperta quella fascia di contribuenti che più di tutte subisce il caro-energia: il ceto medio che lavora, paga le tasse e utilizza l’auto per spostarsi.

Il risultato è che si continua a intervenire sui sintomi anziché sulle cause, mentre il prezzo della benzina resta legato soprattutto alle dinamiche globali del petrolio, alla stabilità geopolitica e alla capacità produttiva del mercato energetico. Nel frattempo il conto per gli automobilisti continua a salire. Secondo le stime del Codacons, l’aumento dei carburanti comporta già un esborso aggiuntivo di circa 16,5 milioni di euro al giorno per chi si mette al volante. Un peso che ricade soprattutto su famiglie e imprese e che dimostra quanto sia difficile pensare di risolvere una crisi energetica globale con qualche intervento fiscale temporaneo.

Enrico Foscarini, 16 marzo 2026

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