Gli shock esterni colpiscono l’economia con velocità fulminea. I bilanci pubblici, invece, si muovono molto più lentamente. La giornata di ieri lo ha ricordato con chiarezza: mentre i mercati finanziari registravano scossoni con borse in calo e rendimenti dei titoli di Stato in salita, a Roma prendeva quota l’ipotesi di un intervento sui carburanti attraverso il meccanismo delle accise mobili.
L’idea era quella di portare un decreto legge in Consiglio dei ministri per intervenire rapidamente sul prezzo alla pompa. Con il passare delle ore, tuttavia, è diventato evidente che i margini di intervento sono limitati e che il provvedimento potrebbe slittare.
A chiarire il quadro sono state anche le parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, impegnato tra riunioni del G7 e dell’Eurogruppo. Il ministro ha sollecitato un’azione europea immediata per frenare la spirale dei costi energetici, spiegando che bisogna “agire subito stoppando i prezzi dell’energia prima che si diffondano su tutti i beni di consumo come nel 2022”.
Secondo Giorgetti, la questione è particolarmente delicata per l’Italia: “Siamo leader nella produzione manifatturiera ma non abbiamo indipendenza energetica”. In un contesto simile, ha aggiunto, “l’instabilità energetica mette a rischio la nostra sicurezza economica, distrugge il potere d’acquisto delle famiglie e altera la competitività delle imprese”.
Benzina e diesel tornano a salire
Per i cittadini il segnale più immediato dell’aumento dei costi energetici resta il distributore. I monitoraggi quotidiani del ministero delle Imprese mostrano che nelle ultime settimane i prezzi dei carburanti hanno ripreso a correre.
La benzina in modalità self service è arrivata in media a 1,787 euro al litro, con un aumento del 7,5% in circa venti giorni. Ancora più marcato il rialzo del diesel, che nello stesso periodo è cresciuto del 15,1% fino a 1,971 euro al litro.
Le differenze territoriali restano significative. I rifornimenti più cari si registrano a Bolzano e in Calabria, mentre tra gli aumenti più rapidi spicca il diesel in Sicilia, che ha segnato un incremento superiore al 17%.
È proprio questa dinamica che ha riportato al centro del dibattito politico il tema delle accise mobili, uno strumento che il governo sta valutando come possibile risposta ai rincari.
Come funzionano davvero le accise mobili
Il meccanismo è relativamente semplice. Quando il prezzo del petrolio sale, cresce automaticamente anche il gettito IVA perché l’imposta del 22% si applica su un prezzo più alto. Lo Stato può allora decidere di utilizzare questa maggiore entrata fiscale per ridurre temporaneamente l’accisa, cioè la componente fissa del prezzo dei carburanti.
L’ipotesi è stata confermata anche dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha spiegato che il governo sta monitorando l’andamento del petrolio e valuterà “il meccanismo delle accise mobili, che consente di utilizzare la maggiore Iva per calmierare i prezzi”. La premier ha aggiunto che l’obiettivo resta anche quello di “evitare che la speculazione sfrutti la crisi”.
Oggi l’accisa sui carburanti è pari a 0,6726 euro al litro sia per benzina sia per gasolio. In teoria, quindi, una parte dell’extra gettito generato dall’aumento dei prezzi potrebbe essere restituita ai consumatori sotto forma di riduzione fiscale.
Lo sconto sarebbe minimo
Il punto critico è la dimensione reale dello sconto possibile.
Con consumi annuali di carburanti intorno ai 40 miliardi di litri, anche un forte aumento del prezzo del petrolio genera margini limitati. Se il Brent restasse nella fascia attuale tra 90 e 93 dollari al barile, l’extra gettito IVA potrebbe superare di poco un miliardo di euro, traducendosi in uno sconto di circa 3,4 centesimi al litro.
Con il petrolio a 100 dollari, la riduzione potenziale salirebbe a circa 4 centesimi di accisa, cioè poco meno di 5 centesimi sul prezzo finale alla pompa. Anche in uno scenario più estremo, con il greggio a 120 dollari, il taglio arriverebbe a circa 8 centesimi al litro.
In termini percentuali si tratterebbe comunque di una riduzione inferiore al 3% del prezzo finale, una cifra difficilmente percepibile dai consumatori e lontana dalle richieste avanzate nelle ultime settimane da associazioni e categorie economiche, che chiedono sconti nell’ordine di 10 o 15 centesimi al litro.
Conti pubblici e margini di manovra
Il vantaggio delle accise mobili è la loro neutralità per i conti pubblici. Il sistema utilizza infatti soltanto entrate fiscali già generate dall’aumento dei prezzi, evitando nuovi buchi nel bilancio dello Stato.
Ma proprio questa caratteristica ne limita la portata. Per ottenere riduzioni molto più consistenti sarebbe necessario un vero intervento fiscale, finanziato con risorse aggiuntive.
È su questo punto che il ministro dell’Economia mantiene una linea di prudenza. Ampliare gli sconti significherebbe aprire nuovi spazi di spesa pubblica, in una fase in cui i margini di bilancio restano stretti.
Il risultato è un equilibrio complicato: da un lato la pressione dei rincari energetici, dall’altro i vincoli della finanza pubblica. In mezzo, uno strumento – quello delle accise mobili – che può attenuare gli aumenti, ma difficilmente cambiarne davvero l’impatto sulle tasche degli automobilisti.
Enrico Foscarini, 10 marzo 2026
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