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La A.S. Roma fuori dai listini?

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Venti anni dopo l’esordio nel listino borsistico, il titolo dell’A.S. Roma sembra avviarsi verso l’uscita. La Consob, infatti, ha autorizzato l’Opa totalitaria obbligatoria promossa lo scorso 17 agosto dalla società “Romulus and Remus Investment Llc” divenuta nel frattempo titolare dell’86,6% delle azioni del club, passate da James Pallotta al gruppo Friedkin. Sulla via dell’ormai certo delisting, il nuovo azionista di riferimento offre un prezzo di 0,1165 euro per ciascuna delle azioni che costituiscono l’attuale quota di flottante (13,6%) disponibile sul mercato.

L’Opa avrà validità dal 9 al 29 ottobre ed il controvalore sarà pagato entro il 4 novembre. Nel giorno dell’autorizzazione dell’autorità di controllo del mercato borsistico, per quanto in un trend fortemente al ribasso, il prezzo offerto si posiziona comunque al di sotto del 50% del valore di chiusura del titolo nel listino del segmento MTA della Borsa milanese, fermatosi a 0,2525, con un ribasso del 9,66 % su base giornaliera.

La congruità dell’offerta e la riuscita dell’operazione del gruppo Friedkin si misureranno ora anche e soprattutto sull’andamento del titolo nelle prossime settimane. In un’analisi storica di breve (in un mese -8,51%), medio (6 mesi -32,49%) e lungo periodo (5 anni – 43,88%), il titolo è in costante ribasso dopo 20 anni dal suo esordio.

Secondo club calcistico italiano dopo la S.S. Lazio (6 maggio 1998) ad attuare la quotazione sul mercato borsistico, l’A.S. Roma collocò ben 13 milioni di azioni sul mercato (tutte appartenenti all’allora presidente Franco Sensi) per un totale del 29% del capitale sociale, ricevendo ben 45 milioni di richieste, 3 volte e mezzo la disponibilità. Il prezzo di 5,5 euro (10.650 lire del tempo) di partenza, dopo l’euforia dell’avvio (+ 3,5% a quota 5,96 nella prima seduta) non ha, però, retto all’impatto del mercato, perdendo a fine 2001 il 47% del valore, diventato -78 nel 2002 e, in un lento ma inesorabile declino (tra lo 0,8 e lo 0,9 euro a fine 2008, poi un solo balzo a 1,003 euro al 17 ottobre 2013, quindi 0,850 al 13 agosto 2014) fino all’85% a fine 2015. Da quel 0,4888 si è arrivati allo 0,2525 della chiusura di oggi, meno 58,09 dall’inizio del 2020.

Solo a guardare i dati di bilancio degli ultimi 5 esercizi, il club, pur esprimendo una crescente capacità di incremento dei ricavi ( +43% in totale tra il 1017 ed il 2019, il 48% dei quali derivanti da diritti televisivi e principalmente sostenuti dalla partecipazione alla Champions League), non è riuscito a contenere le voci di costo (a cominciare da quelli del personale, che erodono il 79,2% dei ricavi operativi), chiudendo costantemente in perdita i bilanci (variamente da 42 a 13 milioni, 24 al 30 giugno 2019). L’indebitamento finanziario consolidato al 30 giugno 2020 è di 278,5 milioni, 60 in più di un anno prima, con un passivo di bilancio di 126,4 milioni, cresciuto di 97 milioni (assenza dalla C.L.) al 31 marzo di quest’anno, più o meno collocabile intorno ai 204 milioni a fine esercizio dopo aver scontato gli effetti negativi dovuti all’epidemia Covid-19.

Sul mercato borsistico – come ampiamente espresso da quanti avevano espresso dubbi su tali operazioni “copiando” l’Inghilterra – il club ha pagato lo scotto di volatilità dei suoi indicatori finanziari, troppo dipendenti da fattori non controllabili dalla struttura aziendale, quali i risultati sportivi, la composizione della rosa, il livello di concorrenza degli altri club, la capacità di acquisire partnership commerciali e di incrementare risorse ed investimenti e, ultima ma non ultima, la gestione del quadro “emozionale” che può incidere sugli umori dei detentori delle azioni.

Quella quotazione in Borsa del 2000 – che ha permesso una eccezionale capitalizzazione del club ed un non meno eccezionale introito per l’attuale proprietà del club che hanno reso disponibile le azioni sul mercato – oggi sembra inesorabilmente avviata a chiudersi in seguito alla strategia del nuovo azionista di maggioranza del club, il quale non ha perso tempo a predisporre l’opa prodromica, appunto, al delisting. Un esito sostanzialmente atteso dal mercato che, tra il 4 e l’11 agosto scorsi, ha fatto addirittura rimbalzare il titolo di 11 punti percentuali e che, una volta divenuta ufficiale ha comportato un impatto del tutto ininfluente (il 18 agosto tra 0,352 e 0,366 euro).

Si tratta, a ben guardare, di una decisione tesa a “stabilizzare” la gestione finanziaria del club e finalizzata, certamente attraverso un attento lavoro sulla componente sportiva ed un piano di investimenti mirato (il nuovo stadio), a ridare equilibrio e sostenibilità alla gestione del club. Solo con gambe solide e senza turbolenze dei mercati azionario, la Roma, può riprendere un percorso di ambizioni coerenti sul piano calcistico.

 

 

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