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Quell’anno Là

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“Aspettiamo che ritorni la luce”, recita così una celeberrima canzone di Lucio Dalla.
Chi non si è fermato in queste ore a domandarsi come sarà l’anno che sta per cominciare?
Tante saranno le sensazioni. Ognuno ha la sua.

La mia idea è che dieci mesi vissuti sottovuoto, come chiusi in dei cellofan, non siano trascorsi invano.
E, non a caso, a me viene in mente l’immagine di uno scudo. Perché c’è da congratularsi con se stessi per la corteccia sviluppata e gioire che funzioni agli scopi, proprio al pari di un’armatura.
Quest’anno ci ha “armati” di scudo e corazza proprio perché ci ha chiesto molto più di una semplice capacità di resistenza, in cambio di una promessa di salvezza. Ci ha costretto a soccombere per poi rinascere.

Quando vi siete accorti di averne una?

Il 25 dicembre di “quell’anno là”,

Lo scrive mio fratello Fabiano mentre firma il suo biglietto di auguri che accompagna i regali da mettere sotto l’albero. Apostrofandolo così riesce a caratterizzarlo, in tutto e per tutto, senza nemmeno doverlo nominare.
Sì, lui ha il potere della sintesi: tanto disarmante quanto illuminante, è la sua più spiccata qualità caratteriale.

Un anno infinito che ci lascia in eredità la consapevolezza che dentro di noi ci sia uno scrigno emotivo in cui, talvolta, regnano sovrani più stati d’animo: la tristezza, la paura, l’insicurezza, la speranza, la fede, la disperazione.

C’insegna che c’è possibilità di cittadinanza per ognuno di essi: lo impariamo quest’anno. Capiamo che l’accoglienza dei contrasti è l’unica via per venirne fuori.  E intanto, mentre accettiamo di essere anche fragili, oltre che resilienti, perfino disperati e insieme fiduciosi, mutiamo. Come i serpenti che, allo strappo con un ramo, cambiano pelle.

Quanto costa il nuovo derma?

Per averlo, serve immunizzarsi dalla paura, in senso lato. Accettare e metabolizzare un livello di rischio costante e, a tratti, fuori scala. Serve digerire, una volta per tutte, il concetto dell’imponderabile. Abbandonare vecchie abitudini, e antiche certezze. E, intanto, andare avanti. Progredire. Innovare.

L’anno che finisce è un salto battesimale, una linea di confine, il punto di non ritorno.

Siamo Cresciuti.

Il cambiamento è stato talmente veloce, talmente totale, talmente dirompente che siamo tornati a nascere e non c’è stato nemmeno il tempo di prenderne coscienza.

Guardiamo, per esempio, a chi è sempre un passo più avanti: i mercati finanziari.

Puntiamo, per un attimo, lo sguardo sul loro 2020, passando dal via: crescono, cadono, infine si rialzano. Dall’inizio dell’anno a oggi restituiscono tutto a chi ha avuto la forza di tenere salda la presa e la tenacia di non abbondonarli. Non dimentichiamo che la finanza si pronuncia sempre in anticipo e poiché i mercati finanziari preferiscono le certezze, a guardarli oggi sembrerebbe che ne sappiano molto più di altri.

La pandemia può fermare la fiducia nel domani?

No, non può farlo.

Convinciamoci perciò che tutto ha una fine. Ricordiamoci che l’uomo è fatto per ingaggiare soluzioni. (E’ così dalla notte dei tempi). Accorgiamoci anche che lo scudo costruito quest’anno è una corazza permanente fatta di robustezza. Che lo spessore guadagnato è capacità nuova di resistenza agli urti.

Che siamo cresciuti.

Sono cresciute anche le nostre fragilità e, guarda caso, sono diminuite le presunzioni.
Sono aumentate le insicurezze e ridimensionate le superbie.
E’ arrivato il silenzio, proprio perché, finalmente, è diminuito il chiasso.

A ben vedere sembra che a essere venute giù siano le molte, anzi le troppe, barriere (non solo fisiche) che fino a prima hanno ingombrato il passaggio. E la tecnologia ha fatto, meravigliosamente, da macete.

E quindi, che cosa succede ora?

Succede che la digitalizzazione che ha pervaso tutta la macchina organizzativa dell’esistenza umana, lavorativa e sociale, si è talmente rafforzata quest’anno che è impensabile inverta il suo trend alla ripresa della “normalità”. Al contrario, è probabile si rafforzi ancora di più, di qui in avanti.

Succede che abbiamo compreso che del superfluo si può, volendo, fare a meno (non me ne voglia Oscar Wilde), e che il premio sta nel consolidamento delle abilità e nella perseveranza dei progetti. A prescindere.

Succede che il consumismo perda appeal. Insomma, succede che siamo già altrove.

La pandemia può frenare il futuro che avanza?

No. Non può farlo.

E’ già qui.

 

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