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Il caso della tassa cinese sui big data

Quando la data monetization sovvenziona i cittadini

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È passato da poche settimane il single day, la festa dedicata alle persone che non hanno un partner che in Oriente è diventata una grande occasione di shopping paragonabile al black friday Occidentale, e Alibaba ha aggiornato al rialzo il record di vendite, stavolta superiori agli 84 miliardi di dollari.

La crescita dei guadagni è stata dell’8,5% rispetto a quella del 2020, tuttavia ciò non ha impedito (nel terzo trimestre 2021) il crollo dei profitti dell’81%, a 5,37 miliardi di yuan (833 milioni di dollari), contro i 28,77 miliardi di yuan dello stesso periodo del 2020. Sull’andamento e sulle incertezze che riguardano il titolo Alibaba incidono le stringenti iniziative attuate dal Governo di Pechino che da più di un anno tiene sotto stretta osservazione le attività del colosso del commercio elettronico così come di tutti gli altri operatori tecnologici cinesi.

La situazione non riguarda solamente gli operatori più grandi ma è evidente che siano soprattutto questi i bersagli preferiti dell’esecutivo in una sorta di proporzione diretta in base a quanto siano anche in grado di indirizzare i gusti e le opinioni dei cittadini. Ed è proprio sulla gestione delle opinioni e delle informazioni che stavolta si stanno indirizzando le maggiori attenzioni.

Considerato il grande valore dei dati personali, e nell’ambito del sempre più stretto controllo nei confronti dei propri big tech, ora in Cina si sta andando incontro ad una svolta potenzialmente epocale: introdurre una tassa in capo alle piattaforme digitali sui profitti derivanti dalla raccolta e l’utilizzo dei dati degli utenti.

Si parla di restituire dal 20 al 30 per cento delle entrate generate dalle transazioni ai produttori. L’iniziativa, che non solo riconosce il valore dei dati ma che cerca anche di quantificarlo, stabilisce un ancor più stretto rapporto di responsabilità da parte dell’operatore tecnologico nella gestione del dato.

Macroscopica, a questo proposito, è la differenza con l’Occidente, in cui la data monetization riconosce il valore dei dati restituendo (tutelandoli) un superiore controllo ai cittadini, mentre nel caso cinese ad emergere è soprattutto lo scopo costrittivo della misura nei confronti delle piattaforme. Ed, in effetti, l’intento è sostanzialmente questo.

A differenza che da noi, dove pure gli operatori digitali ricevono richiami e multe (come da ultimo abbiamo osservato per Apple ed Amazon) nell’interesse del mercato e del suo equilibrio concorrenziale, in Cina le norme, le azioni, le tasse e le multe traggono ispirazione essenzialmente dal desiderio del governo di riacquistare controllo su di esse e sulla popolazione, anche in ottemperanza del concetto di “prosperità comune” che tanto sta andando in voga tra le fila del Pcc.

L’iniziativa, se poi verrà condotta in porto, rientrerà nell’arco normativo tracciato dalla nuova legge sulla privacy e quella sulla sicurezza dei dati. Si tratta di una cornice estremamente complessa e completa alla quale potremmo non essere del tutto esenti anche dalle nostre parti. Perché se da una parte è evidente che il sentimento democratico in Cina è percepito diversamente che da noi, dall’altra, anche presso le cancellerie occidentali, lo strapotere delle big tech potrebbe presto essere condotto in un alveo di maggiore controllo da parte delle autorità. La crescita di tali imprese, infatti, non potrà avvenire in eterno, soprattutto con l’estensione di queste a sempre più settori, ma questa, semmai, è un’altra storia…

Maurizio Pimpinella, 25 novembre 2021

 

 

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