
Canale di Panama: è tutto da rifare. Non solo è scaduto il termine entro il quale Blackrock e MSC avrebbero dovuto aggiudicarsi il controllo dei 43 porti di proprietà del colosso asiatico CK Hutchison, inclusi quelli alle imboccature del Canale di Panama, ma in una confusione geopolitica che sembra risucchiare in un vortice di incertezza anche i big players del trasporto container all’apparenza sembrano essere saltate anche le alleanze e le “appartenenze” politiche dei grandi carriers. E ora, da un lato si parla, in maniera sorprendente di una ridiscesa in campo della cinese Cosco, che potrebbe entrare addirittura nella cordata di MSC, mentre, dall’altro, si delinea all’orizzonte un possibile takeover alternativo da parte della compagnia franco-libanese Cma-Cgm.
La corporation con sede a Hong Kong, sulla quale il governo di Pechino ha esercitato non poche pressioni, ha confermato che la prevista vendita di 43 porti a livello globale, per poco meno di 23 miliardi di dollari, difficilmente sarà completata entro quest’anno, come inizialmente sperato.
Il termine per i colloqui esclusivi tra CK Hutchison e i potenziali acquirenti BlackRock e Mediterranean Shipping Co (MSC) è in ogni caso scaduto senza che si sia raggiunto un accordo.
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Dato che il governo cinese ha chiesto ufficialmente a CK Hutchison una revisione dell’intesa per motivi di sicurezza nazionale, anche se “a libro” non sono coinvolti asset cinesi, ma fra i 43 porti oggetto del deal figurano, oltre ai porti panamensi di Balboa e Cristobal, e al terminal ECT di Rotterdam, ben 17 terminal container della Repubblica popolare cinese, con la punta di diamante di Shanghai. CK Hutchison non fa mistero di aver aperto le trattative per includere nel consorzio il gigante statale cinese del trasporto marittimo COSCO, il che farebbe ovviamente cadere il veto di Pechino. Tutta da verificare quale sarà la reazione degli stati Uniti che avevano salutato l’acquisizione come una riconquista del controllo sulla più importante via d’acqua del mondo, il Canale di Panama, e che vedevano nella penetrazione amica nei porti cinesi un eccezionale elemento di controllo del mercato.
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CK Hutchison (il gigante con sede a Hong Kong registrato alle Cayman, con interessi nelle telecomunicazioni, nelle infrastrutture energetiche, e nella vendita al dettaglio e un fatturato globale di oltre 61 miliardi di dollari), ha confermato di essere in trattative per includere un “importante investitore strategico” cinese nel consorzio di acquirenti per la sua attività portuale globale da 22,8 miliardi di dollari. E già oggi COSCO controlla già uno dei più vasti network di terminal portuali al mondo.
Lo sviluppo arriva poco dopo che le autorità cinesi hanno avviato una revisione per motivi di sicurezza nazionale sulla vendita proposta, sollevando preoccupazioni circa il passaggio di un importante operatore portuale nazionale sotto controllo parziale straniero — in particolare statunitense — in un momento di crescenti tensioni tra Cina e Stati Uniti.
La divisione portuale di CK Hutchison, erede del patrimonio della storica Hutchison Whampoa comprende 52 terminal (43 dei quali in vendita) in 25 Paesi, tra cui importanti strutture in Europa, Asia e Americhe, il che la rende uno dei maggiori operatori portuali globali.
Se andasse in porto, l’ingresso di COSCO potrebbe agevolare il percorso regolatorio in Cina, pur sollevando nuove questioni negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, dove le considerazioni di sicurezza nazionale sono sempre più centrali nelle discussioni sugli investimenti esteri.
Il colosso francese della navigazione e logistica CMA CGM ha confermato di essere interessato alla potenziale acquisizione di terminal da CK Hutchison
Cma-Cgm, controllata dalla famiglia libanese Saade, è presente in 65 terminal in tutto il mondo, è, guarda caso partner della cinese Cosco, nel raggruppamento di container carriers denominato Ocean Alliance. E lo sgambetto in salsa di soia agli americani potrebbe quindi arrivare con l’intermediazione francese.
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