Ogni anno la storia si ripete: i soldi per il pubblico impiego si trovano sempre, mentre per alleggerire davvero il peso delle tasse sui cittadini “normali” servono nuovi balzelli o tagli altrove. Anche nella manovra 2026 il governo non dovrebbe fare eccezione.
Il ministro della Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, ha messo sul tavolo una serie di proposte che – guarda caso – piacciono molto agli oltre 2,6 milioni di dipendenti pubblici. La misura di punta? La detassazione dei premi di produttività, con aliquota agevolata al 5% fino a 3.000 euro, già presente nel privato. Un vantaggio, certo, ma che per il bilancio statale non è gratis: servono almeno 50 milioni, anche se “solo in via sperimentale”.
E non finisce qui. Nella manovra c’è l’idea di aumentare i fondi decentrati per gli enti pubblici con stipendi medi più bassi, così da ridurre le differenze con le amministrazioni “ricche”. Una mossa che, nelle intenzioni, dovrebbe frenare l’esodo di dipendenti comunali verso ministeri e altri enti statali più generosi.
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Poi c’è il capitolo welfare per gli statali: benefit aziendali, piani sanitari e supporto alla genitorialità che non rientrerebbero più nel tetto del salario accessorio, per rendere il pubblico impiego più appetibile ai giovani. Il problema? Queste stesse risorse arrivano sempre dal solito posto: dalle tasche dei contribuenti, mentre i veri tagli fiscali restano sulla carta.
Insomma, per chi lavora nello Stato sembra che la coperta sia sempre abbastanza lunga. Per chi invece spera in un alleggerimento del carico fiscale, la coperta diventa ogni anno più corta.
Enrico Foscarini, 30 agosto 2025
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